Visualizzazione post con etichetta Dio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dio. Mostra tutti i post

Chi segue il cammino della Verita' ... non inciampa

http://www.italiagroup.com/carmen/autori/foto_autori/gibran.jpg

Nessuno può rivelarvi alcunché se non ciò che già giace semi-addormentato nell'albeggiare della vostra conoscenza. L'insegnante - di meditazione, ndr - che cammina all'ombra del tempio, tra i suoi seguaci, non dà la sua saggezza ma piuttosto la sua fede e il suo amore. S'egli è davvero saggio non vi offre di entrare nella casa della sua saggezza, ma vi conduce piuttosto alla soglia della vostra stessa mente ..."

"... l'astronomo? può dirvi ciò che sa degli spazi, ma non può darvi la propria conoscenza. Il musico può darvi la melodia che è nell'aria, ma non può darvi il suono fissato nell'orecchio, né l'eco della voce. ... E il matematico potrà descrivervi ragioni di pesi e misure, ma colà non vi potrà guidare. Giacché la visione di un uomo non impresta le sue ali a un altro uomo. E come Dio vi conosce da soli, così tra voi ognuno deve essere solo a conoscere Dio, e da solo comprenderà la terra."
(parole di Kahlil Gibran)

Fonte: http://www.meditare.net/spiritualita/chi-segue-il-cammino-della-verita-non-inciampa

L'eretico ed il Santo

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/b/b9/Giotto-Liberation_of_the_Eretico-2.jpg/250px-Giotto-Liberation_of_the_Eretico-2.jpg

Con la primavera già inoltrata, in montagna, un Santo ed un eretico si sedettero all'ombra di un bel mandorlo in fiore, l'uno di fronte all'altro.
L'eretico poggiando a terra il suo bastone, iniziò a parlare.
"Dammi cinque buone ragioni per spiegarmi che Dio esiste ed io te ne darò altre cinque per dimostrarti il contrario."

Il Santo lo fissò dritto negli occhi, e dopo una breve riflessione parlò.

"Io credo. Credo in Dio perchè Egli si manifesta ogni attimo. Non ho bisogno di libri da leggere, io so che Egli esiste.
Il dono della vita demandato agli uomini per il suo trasmettersi con la creazione dei figli è la prima ragione perchè io creda.
La natura che nasce e rinasce ogni momento, il sole con la sua energia immutabile ed infinita,e la notte che dà sollievo, le stelle luminose e lontanissime mi danno la misura di ciò che non si può misurare.
L'infinito, come il tempo, che mai smetterà di essere senza aver mai avuto inizio perchè esistito da sempre. Manda indietro un orologio.. mai smetterà di battere. Esso mi da la misura del Dio nella sua eternità, da sempre esistito e che sempre esisterà, come il tempo.
Non ti sembrano queste ragioni abbastanza per credere in lui?"

L'eretico alzò lo sguardo da terra e lo volse al cielo verso l'estate che spingeva le nubi.

"Il tempo per l'uomo ha una misura esatta, da quando nasce a quando muore. Non si pone il problema dell'eterno poichè lui sa soltanto che un giorno prossimo non esisterà più. Non sa se e dove e quando andrà perchè è un essere finito e come tale ha a cuore solo la vita.
Dove può stare un Dio misericordioso se la vita non risparmia nessuna sofferenza all'uomo?
Chi è questo Dio delle disgrazie, che dispensa povertà e fame, che regala a piene mani la sorte avversa ed il dolore.
I terremoti, le malattie, la fatica ed il sacrificio con nessuna ricompensa concreta se non la certezza di dover morire.
La felicità è fugace e le gioie effimere si spengono in un attimo.
L'immensa tristezza del distacco dalle persone amate, l'inutilità di ogni sforzo, la vanità debole che inganna gli occhi per colmare il vuoto interiore.
E questo è Dio? Non lo credo perchè non può esistere se non nei tuoi pensieri e solo per la tua paura dell'ignoto che ci attende."

I due riposarono, a lungo, ed in silenzio.
L'albero aveva già perso tutte le foglie ed i suoi fiori. Era già autunno.
Il vecchio si alzò con fatica e scese la montagna avvolgendo il suo mantello scuro intorno al collo.
Sotto al mandorlo spoglio, rimase un vecchio specchio incrinato, appoggiato al tronco, in mezzo ad un letto di foglie già rosse.
L'inverno stava arrivando.

(Marcus Harhael)

Inserisci linkFonte:http://www.meditare.info/blog/spiritualita/l-eretico-ed-il-santo

La Divinita' nell’uomo

http://ainsi.files.wordpress.com/2008/10/il-libro-dei-doni2.jpeg

Un'antica leggenda narra che gli dei nascosero la divinità nell'uomo e solo successivamente gli insegnarono un metodo, la meditazione, per riscoprirla.

La Divinità nell’uomo

C’era un tempo in cui gli uomini erano simili agli Dei, ma abusarono talmente del proprio potere che Brahma, il Dio Supremo, decise di privarli della potenza divina nascondendola in un luogo a loro inaccessibile.

Pensò di consultare gli altri Dei per risolvere il problema. Alcuni degli Dei riuniti a consiglio dissero:

”Nasconderemo la divinità dell’uomo nelle profondità della terra”. Brahma rispose:

“Non è sufficiente, l’uomo scaverà e la troverà”.

Gli Dei dissero allora: ”Nasconderemo la divinità dell’uomo negli abissi oceanici”.

Brahma rispose ancora: “Non basta. L’uomo esplorerà le profondità dei mari e riuscirà a riportarla in superficie”.

Allora gli dei: “La nasconderemo sulla montagna più alta, quasi al limite del cielo, dove l’uomo non potrà arrivare”.

Brahma rispose ancora: “Non basta. L’uomo scalerà le montagne più alte e se ne impadronirà”. Allora gli dei conclusero:

“Non sappiamo dove nascondere la divinità dell’uomo, non c’è posto sulla terra, nel mare o nel cielo che egli non possa raggiungere”.

Finalmente Brahma sentì di aver trovato la soluzione al problema e disse:

“La nasconderemo profondamente dentro l’uomo stesso, abiterà proprio nel suo cuore: è l’unico posto in cui l’uomo non guarderà.

Antica leggenda Indù

Fonte:http://www.yogasciamanico.it/wordpress/unantica-leggenda.html

CHI GOVERNA IL MONDO?

http://www.tecnonews.org/wp-content/uploads/2008/02/mondo.gif



Sembra che un’esigua minoranza tenga le redini del mondo. Invece, la mal governatrice sostanziale è soltanto una. Il suo potere è irrisorio rispetto a Sua Realtà (Assoluto), ma possedendo praticamente ogni mente può agevolmente mal dirigere il mondo quasi intero: pressoché tutti i mondi sono caratterizzati da lei. Ogni mente vive il proprio mondo: non nel proprio, il proprio. Il mondo è nella mente, non la mente nel mondo. Non solo tutto il mondo è paese: tutto l’universo è (nella) mente.

Usurpatrice di miliardi di mondi: potrebbe sembrare il titolo di un servizio d’attualità stellare su chissà quali galassie, ma è perfettamente idoneo anche a un’indagine sulla psiche della galassia umana, in cui appare l’universo intero.

Mal governare fa parte della sua natura e non può fare diversamente. Tendendo al buongoverno si scioglierebbe più che la neve al sole. Impossibilitata a regnare bene è destinata a farlo male, finché ci sarà, chiaramente. Una volta sparita la malgovernatrice da tutte le menti, ogni mondo sarà compiutamente gestito dalla Pace, dall’Amore e dal Discernimento del vero (unità) dal falso (molteplicità) e del Reale (Assoluto) dall’irReale (Manifestazione).

Quasi analfabeta, pretende di comporre il tema della vita riempiendolo di sbagli. Le menti mediamente (in)consapevoli promuovono però lo stesso i suoi errori come verità, anche quando inducono malessere, cioè praticamente sempre. La pandemia dell’analfabetismo collettivo è così scambiata per profonda conoscenza del linguaggio della vita.

Tutti i malgovernanti, cioè chi non è integralmente Pace-Amore, sono una sua espressione. Ignorando chi sono in verità e sopratutto in Realtà, esprimono il loro abbaglio offuscando gli altri.

I mal governanti in alto sono proiezioni di quelli in basso. Si eleggono e rovinano vicendevolmente. I primi servono male i secondi, che possono ben servirli (approvandoli e rieleggendoli) o dar loro il ben servito (non riconfermandoli). Chiudendo la porta ai mal governanti di oggi la spalancano a quelli di domani, forse diversamente ideologici, ma sicuramente simili ai precedenti in quanto a (non) qualità concettuale ed emozionale. Fin quando non ha trasceso ogni ideologia, il governante ideale è ben lontano dall’ottimale.

Chi pensa che i problemi e le soluzioni sostanziali siano fuori, nel presunto mondo esteriore, può immaginare di illuminare la via, ma abbaglia, creando vicoli ciechi: induce a cercare (in) un luogo che non c’è. Dov’è l’esterno? Esteriore a cosa? Ogni cosa è un affare interno della e alla mente. Non si può vedere fuori, ma soltanto dentro la mente. È sempre lei a percepirsi, anche quando si tratta della pura percezione di essere (forma non oggettuale comprendente ogni oggetto). Fantasticare l’esistenza di un vero confine tra il mondo interiore e il cosiddetto mondo esteriore significa identificarsi con il corpo (dentro di me corpo e fuori di me corpo), scambiandolo per il sé reale o per una sua parte. L’allucinazione che il “conoscitore” sia separato dal conosciuto è uno dei cancri più letali dell’umanità: impedisce la Naturalezza dell’Amare il prossimo come se stessi, che nasce dal Conoscerlo come se stessi. Quali verità può divulgare chi, avvelenato dalla menzogna (in realtà) sono il corpo, è preda del miraggio mondo esteriore? Quanti governanti (e governati) sono chiara consapevolezza che il corpo è un aspetto dell’espressione di Se Stessi Assoluto?

Fantasticare l’esistenza di un mondo esteriore può facilmente illudere che le autorità si trovino fuori. Trovare l’Autorevolezza (Consapevolezza integrale) e l’Autorità Reale (Assoluto) è invece questione di immergersi profondamente in se stessi alla ricerca di Se Stessi. L’Autorità Reale non cambia mai, qualunque momento storico sia. Tu (Assoluto) non hai storia, non conosci tempo. Il Suo (Tuo) mandato? Non essendo mai iniziato, non scadrà mai. (Pur) non essendo mai stata eletta, non sarà mai deposta. Non rispettarLa significa non onorare l’Origine (Assoluto) di se stessi individuo - non celebrare Se Stessi Origine della Manifestazione.

La moltitudine di cattivi sovrani di sé e del prossimo è riducibile al duopolio non concorrenziale emozioni negative-pensieri superflui, prodotto nazionale numero uno dello stato (mentale) piegato dallo spettacolo non illuminato dei cinque sensi, causato:

- dalla mal governatrice (sostanziale), l’ignoranza riguardo alla Governatrice Reale (Assoluto),

- dalla ricerca dell’Appagamento (Pace-Amore) dove non c’è (nel “fuori” che non c’è), ignorando che, permanendo profondamente sulla vetta minima della sperimentazione di sé, nel Regno dei Cieli della pura percezione di essere, Lo si è integralmente.

Ghigliottinare l’identità immaginata (“sé”, falso io) e le sue frodi con la lama della rivoluzione interiore, per far emergere la verità riguardo a se stessi (individuo) e Se Stessi (Assoluto), è l’unica vera soluzione per decapitare il (proprio) mal governo e far emergere quello dell’Unità non nazionale, non mondiale, non universale.

Rendersi liberi (consapevolizzandosi) dal proprio mal condursi è un passo indispensabile per aiutare concretamente il mondo (o meglio i miliardi di mondi: [perlomeno] uno per ogni mente) a governarsi meglio. Minore è l’ignoranza riguardo all’identità individuale e all’Identità Reale (Assoluto), più illuminante e meno abbagliante è la luce largita all’umanità.

L’indigenza d’Amore è la ragione primaria della povertà del e nel mondo. È la vera miseria dell’umanità, la radice della povertà materiale. Divenendo integralmente Amore si aiuta sostanzialmente il mondo a liberarsi dalla miseria e dalla disuguaglianza sociale.

La Verità rende liberi: la piena sperimentazione di se stessi come Pace e Amore, nobilitata dalla compiuta consapevolezza di Se Stessi come loro Origine, non è condizionabile dai mal governi e ne riduce gli effetti infausti.

Come la Verità non vi renderà liberi? Quelli che, guardando le sacre scritture con la cecità della fede che non si trasforma in conoscenza, credono ottusamente in Dio senza avanzare di un passo nella comprensione, Lo cancellano dalla vita e producono grigie pagine vuote su cui l’ignoranza può sbizzarrirsi a descrivere il mal governare come volontà divina.

Amare e Conoscere Dio (Se Stessi Assoluto) è una condizione molto favorevole per la concreta vita quotidiana. Cosa può fare il malgoverno religioso a chi ha scoperto di essere (in Realtà, non come individuo) Dio? Cosa possono fare i mal governanti:

- a chi è libero da ogni forma di governo avendo riconosciuto Sua Altezza Reale come unica Autorità-Realtà?

- alla vita temporale che ha riconosciuto l’Esistenza senza tempo come Questo (Assoluto) che si è in Realtà?

- all’onda la cui azione è divenuta Oceanica, perché ha incenerito l’identificazione con il finito, scoprendo che in Realtà si Sussiste come Origine dell’Oceano?

Fonte:http://www.andreapangos.it/chi_governa_il_mondo/chi_governa_il_mondo.html

MANDUKYA UPANISHAD

http://www.deccanchronicle.com/files/19BUDHHA.jpg

OM. Questo mondo eterno è tutto: ciò che era, ciò che è e ciò che sarà, e ciò che è al di là nell'eternità. Tutto è OM.

Il Brahman è tutto e l'Atman è Brahman. L'Atman, il Sé, ha quattro stati o condizioni.

Il primo è la vita nello stato di veglia della coscienza che si muove verso l'esterno, che gode dei sette elementi grossolani esteriori.

Il secondo è la vita nello stato di sogno della coscienza che si muove all'interno, godendo dei sette elementi sottili interiori nella sua stessa luce e solitudine.

Il terzo è la vita nello stato di sonno della coscienza silenziosa dove la persona non ha desideri né sogni. Questa condizione di sonno profondo è quella di unità, un ammasso di coscienza silenziosa fatta di pace e che gode della pace.

Questa coscienza silenziosa è onnipotente, onnisciente, il sovrano interiore, la sorgente di tutto, l'inizio e la fine di tutti gli esseri.

Il quarto stato è quello dell'Atman nel suo stato più puro: la vita risvegliata della coscienza suprema. Non è né coscienza esteriore né coscienza interiore, né semi-coscienza, né coscienza di sonno, né coscienza e neppure incoscienza. E' l'Atman, lo stesso Spirito, che non può esser visto o toccato, che è al di sopra di ogni distinzione, al di là del pensiero e ineffabile. L'unione con lui è la prova suprema della sua realtà. E' la fine dell'evoluzione e della non-dualità. E' pace e amore.

Questo Atman è la Parola eterna OM. E' composto da tre suoni: A, U, e M, che sono i primi tre stati di coscienza, e questi tre stati sono i tre suoni.

Il primo suono, A, è il primo stato, della coscienza di veglia, comune a tutti gli uomini. Lo si trova nelle parole Apti, 'conseguire', e Adimatvam, 'esser primo'. Colui che conosce questo ottiene in verità la realizzazione di tutti i suoi desideri, e primeggia in tutte le cose.

Il secondo suono, U, è il secondo stato, della coscienza del sogno. Lo si ritrova nelle parole Utkarsha, 'che si eleva', e Ubhayatvam, 'entrambi'. Colui che conosce questo accresce la tradizione della conoscenza e ottiene equilibrio. Nella sua famiglia non nascerà mai qualcuno che non conosca il Brahman.

Il terzo suono, M, è il terzo stato, della coscienza del sonno. Lo si ritrova nelle parole Miti, 'misura', e nella radice Mi, 'finire', che dà luogo ad Apiti, 'il fine ultimo'. Colui che conosce questo misura tutto con la mente e ottiene il Fine ultimo.

La parola OM come suono unico è il quarto stato della coscienza suprema. E' al di là dei sensi ed è la fine dell'evoluzione. E' non dualità e amore. Va con il suo sé verso il supremo Sé colui che conosce questo, colui che conosce questo.


Commento

Om è il suono, la vibrazione dell'Infinito, dell'Essere Totale, chiamato Brahman, come Essere Cosmico, e, nell'individuo singolo, chiamato Atman. In realtà non c'è alcuna differenza tra il Brahman e l'Atman. E' solo nell'illusione della manifestazione del cosmo che il Brahman, il Tutto, appare come tante individualità, e in ogni individualità Egli continua a vivere come Tutto, Infinito. L'Infinito Brahman è presente in ogni individuo e in ogni particella dell'universo (dove viene chiamato Atman, o anima). Proprio come l'oceano è acqua dappertutto, quell'acqua che forma l'onda individuale (che continua a rimanere oceano) può essere chiamata, per l'appunto, "onda".

Om è composto da A, U, M.

A è il primo stato di coscienza, quello della veglia, che tutti conosciamo bene (anche se non lo viviamo in piena consapevolezza). E' lo stato in cui la coscienza si proietta completamente all'esterno (anche se "esterno" e "interno" sono solo realtà illusorie rispetto all'Infinito, che non ha né esterno né interno), e gode dei piaceri dei sensi e della realtà più grossolana e manifesta.

U è il secondo stato di coscienza, quello del sogno. In esso la coscienza si proietta all'interno, nel mondo mentale e interiore, un mondo molto più fluido e dinamico rispetto a quello esteriore della materia compatta.

M è il terzo stato di coscienza, quello del sonno profondo. In esso la coscienza permane in uno stato di silenzio e di inerzia. E' il mondo della pura potenzialità, dove tutto è possibile e realizzabile. E' il substrato dell'intero universo.

Le lettere A, U, ed M, se pronunciate insieme e in modo continuativo, diventano un unico suono: "OMMMM".

OM è il Brahman, l'Essere Infinito, che dimora nel profondo di noi e di tutto l'universo. In realtà OM è l'unica realtà esistente, e tutto l'universo è soltanto apparenza e illusione.

L'unica realtà è l'Infinito, Pura Coscienza di Beatitudine, tutto il resto non è reale, è come un grande miraggio, un sogno di Dio che si finge finito, limitato e mortale.

Quando si realizza l'OM, cioé l'Infinito, si realizza lo scopo della nostra esistenza. Allora viviamo eternamente in uno stato di totale appagamento. In realtà già da ora siamo in questo stato, e lo eravamo prima e lo saremo per sempre in eterno, soltanto non ne siamo consapevoli. Quando la nostra consapevolezza si risveglia e realizziamo di essere l'Unico Dio, Infinito ed Eterno, allora cesserà ogni sofferenza e paura, allora ci fonderemo in Dio, l'unica vera realtà.

OM è al di là dei sensi e di ogni dualità, non è né essere né non essere, "è" e basta,... nulla può definirlo né delimitarlo. L'unico modo di conoscere l'OM, il Brahman, è di diventare noi stessi Brahman, Dio.

OM è l'oceano della Coscienza Suprema, non c'è nulla all'infuori di Lui.

Fonte:http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/vedanta/mandukya.htm

Cos'è la luce nera? Elémire Zolla ripercorre millenni di profonde ricerche sul mistero della Luce

http://img3.imageshack.us/img3/1411/zolla.jpg

La domanda è fra le più sconvolgenti, perché a volerla portare fino in fondo, si deve giungere a trovare il nucleo della luce in uno splendore nero, anteriore al fulgore solare. Una torsione che molte menti non vorranno mai compiere. Tanto che sulla luce le idee sono quasi sempre confuse e contraddittorie. Esaminiamo ciò che sulla luce si è pensato in Israele. La Genesi fa operare un Dio che all'inizio, per prima cosa crea la luce di contro alla tenebra e la trova buona.

Compare così la prima coppia di opposti che lottando suscitano la realtà, ma essi sono anteriori alla luce che noi vediamo, poiché il sole sarà creato soltanto al quarto giorno del Genesi. Dunque la luce primordiale è anteriore a quella visibile, la tenebra primordiale anteriore a quella che ci aggredisce e circonda la notte. La coppia lucetenebre sarebbe, alla luce della Qabbalah tarda di Sfat, il primo segno che Dio ha cominciato a ritrarsi su se stesso, lasciando uno spazio libero teso tra luce e buio.

La Qabbalah dirà che l'azione emanativa di Dio nel mondo si può anche denotare come un'azione restrittiva che apre il mondo all'essere lungo due linee distinte, una di luce, che ìrraggia via via sapienza, misericordia, vittoria, un'altra opposta, di luce soverchiante, acciecante, che sembra nera, fatta via via di conoscenza, violenza, gloria. A questo punto per il pio l'opposizione fra tenebra e luce diventa apparente.

La meditazione cabbalistica si concentrò sul fuoco che arde un legno e distinse nella vampa la parte inferiore, la radice nera che sta aggrappata al legname e lo divora per poi espandersi in un bagliore rosso, il colore dei crepuscoli accesi, e infine affinarsi dal giallo al bianco, quando scompare, diventa invisibile, ma bruciante. Su questo spettacolo meraviglioso i cabbalisti hanno meditato nel secoli. Nella pratica ebraica c'è una grande festa della luce che cade al Natale dei popoli circostanti in Europa, il genetliaco del sole che fu poi attribuito al Cristo.

Gli Ebrei la chiamano festa della dedicazione, e non si concentrano sulle linfe che ora salgono nei tronchi degli alberi, ma sul fatto che quando Mosè dedicò l'altare a Dio vi scese dai cieli una luce che deflagrò. Per celebrarla si accendono candelabri o lampade e sotto la loro luce nulla di profano si deve compiere. Radicalmente diversa fu la concezione della luce fra i cristiani. Davvero non si vede come possa conciliarsi il dettato del Vangelo di Giovanni col Genesi.

Per l'Ebreo Dio come potenza creatrice pose i cieli e la terra informe, una distesa di acque tenebrose su cui aleggiava lo spirito divino, quindi separò luce da tenebra, giorno da notte. Il Dio di San Giovanni è consustanziale alla "parola", grazie alla quale tutto fu fatto all'inizio e "in" essa era la vita che fu luce agli uomini e che le tenebre mai hanno ricevuto. I teorici cristiani ne ricaveranno che Dio fosse trino, composto di un Figlio e di uno Spirito oltre che di se medesimo quale Padre. La luce gli è intrinseca, non è dunque creata.

Fra l'ebraismo ed il cristianesimo c'è un contrasto violento, il Dio di Israele crea la luce primordiale, anteriore al Sole, il Dio trino dei cristiani ha in sé la luce come suo carattere essenziale. Alla fine del lungo esercizio di conciliazione fra San Giovanni e Genesi la meditazione cristiana culmina nel Paradiso perduto di John Milton. Il poema incomincia descrivendo l'inferno dove sono precipitati gli angeli ribelli, un carcere orrendo, una vasta fornace le cui fiamme tuttavia non spandono luce, ma diffondono una "oscurità visibile".

Che significa l'ossimoro? Forse qualcosa di simile all'oscurità in cui si orientano i pipistrelli vaganti con i loro radar nella notte? E' un'oscurità angosciata, la visione non vi si accende, le fronde non ne traggono la loro verzura. Dopo i due primi canti, il terzo invece si apre con un'esclamazione di festa, un'esplosione di luce: Hail holy light: Salve sacra luce! La luce primordiale è sacra, primogenita, direbbe un seguace del Genesi ebraico, ma un cristiano tenderebbe invece a vederla come un raggio coeterno dell'Ewrno, poiché Dio è luce.

Milton non osa decidere, la luce primordiale per lui è of heavenfirst-born, primogenita del cielo, come aveva detto Roberto Grossatesta nel Medioevo: la prima forma corporea, ma potrebbe anche essere of th'Eternal co-eternal beam, raggio coeterno dell'Eterno, come si può già leggere nella Sapienza, dove Dio è chiamato luce eterna. Dopo aver proposto le due tesi contraddittorie, Milton fa una domanda curiosa, May I express the unbIamed? Posso esprimere ciò che non è incolpato?

E' un modo di domandarsi se possa esprimere Dio e il primo atto creativo. O è anche un modo di suggerire che soltanto l'incolpato si può esprimere? Continua il canto disteso sulla luce: " Dio è luce e fin dall'eternità ha sempre dimorato nella luce inaccessibile, effusione brillante di brillante essenza increata. 0 si preferisce sentir parlare di una corrente eterea la cui sorgiva è indescrivibile? Prima del sole, prima dei cieli tu luce fosti e alla voce di Dio avvolgesti come di un mantello il mondo delle acque scure e profonde che sorse, strappata al vuoto infinito e informe". Credo sia lecito e giusto affermare che la melodia maestosa di Milton copre una confusione, sommerge nella sua piena lirica il contrasto insanabile del Genesi e del Vangelo giovanneo.

All'inizio delle riflessioni cristiane apparve un testo sublime, la Teologia mistica dello Pseudo Dionigi l'Aeropagita e fu assunta tra i documenti fondamentali, da essa presero l'avvio le innumerevoli meditazioni mistiche sulla luce nei secoli. Parte da Dio come Trinità, cui si rivolge però col rigore di un metafisico ebreo, dicendo: "Tu sei aldilà dell'essere, del divino, del bene". Ci costringe così in apertura ad un regresso aldiqua di questi concetti sui quali siamo fondati; sbarazzati dei quali, dobbiamo dire di trovarci dinanzi al nulla. Se siamo in grado di reggere a queste spoliazioni, ci troveremo in una caligine lucente, in un silenzio parlante.

Lo Pseudo Dionigi dà per attinta questa condizione iniziatica e aggiunge: "Quanto più fitta è la tenebra, tanto più risplende e altamente irraggia; quanto più è impalpabile e invisibile, tanto più inonda di mirabili splendori le menti senza sguardo per le cose sensibili". Si propone qui un'idea di Dio come caligine raggiante, posta aldisopra dell'essere, né anima, né spirito, né parola, né pensiero. Ma portandoci a questo livello, lo Pseudo Dionigì non sta forse tradendo il testo giovanneo? Se Dio non è parola, se non è luce, che rapporto avrà mai con quel Dio consustanziato di parola e di luce?

In realtà il Dio dello Pseudo Dionigi sfugge alle parole, alle nozioni, non è tenebra e non è luce, semmai è tenebra lucente, luce nera. Lo Pseudo Dionigi conclude: "Precisiamo infine quest'ultima cosa, né affermazione né negazione sono degne di Lui. Che anzi, sia che si possa affermare, sia che si possa negare, noi nulla affermiamo o neghiamo di Lui". Come dirà verso la fine della Scolastica Nicola di Autrecourt, ' Dio è" e ' Dio non è" esprimono lo stesso significabile, alterando soltanto i significanti ('è', "non é"). Quale assurdo, a questa altezza metafisica, parlare della luce di Dio!

Eppure perfino della luce nera ben pochi mistici nei secoli osarono mai parlare. Fu interessante nella Cristianità la sopravvivenza di una nozione di luce ereditata dall'esoterismo antico: la luce sarebbe il quinto elemento dopo terra, aria, acqua, fuoco e avrebbe un carattere seminale, procreativo e compaginante, servirebbe a connettere l' anima al corpo. Questa luce che è seme, etere, forza connettiva sarebbe sepolta nella materia, da cui l'alchimia si sforza di estrarla.



Roberto Grossatesta ne approfondì il concetto: la luce illuminante è un punto inesteso, ma emana e forma una sfera, per poi ritornare nella sua inestensione, le cose del mondo sono materia che partecipa a questa prima forma esemplare in vario modo e gradatamente. Dalla sapienza antica giungeva la dottrina platonica, che faceva precedere la luce visibile da quella intelligibile, che i neoplatonici facevano coincidere con l'uno. Da questo promana la luce solare, come lume da lume. Il mondo antico insegnava dunque a orecchie non sempre aperte che anteriore alla luce che illumina il mondo esiste una luce mentale, nera.

Ma per intendere il pensiero occidentale sulla luce occorre andare dietro al pensiero greco, esplorare i detti dei libri sacri iranici, impostati sull'idea che da un re sacro emani una luce abbagliante che fa tutt'uno col suo destino glorioso, con la sua qualità di vincitore, una luce che fa trionfare, come la futura Nìke greca, dominare, come il futuro Michele cristiano, fa vedere tutto ciò che nel mondo accade. Non è la luce che scende dal sole o dalla luna, questa emana direttamente dal cuore del sovrano e gli circonda la testa, si chiama xvar nah parola legata a hvar, sole. Ritroviamo la stessa radice indoeuropea suel nel sanscrito, nella parola svar, e nell'India troviamo la spiegazione più accurata della luce e della sua genesi.

Esiste una luce visibile, che irraggia il giorno, ma esiste una luce più fina, che proviene dalla mente stessa e delinea le figure dei sogni notturni. Questa è la luce più intrinseca all'uomo, anteriore all'esterna. Se la realtà visibile è un'illusione, un sogno, la sua luce sarà meno reale di quella dei sogni veri e propri. La Brihadaranyaka Upanishad (IV 111) spiega che l'intelletto emana l'essenza della luce come puro fulgore jyotih e in essa sta l'essere, atman. A distanza di millenni queste riflessioni ci appaiono ancor più evidenti: sappiamo che onde (un'esigua frazione dello spettro elettromagnetico) lambiscono il cervello, che le trasforma in immagini.

Fuor della mente esistono soltanto queste onde minime che registriamo sulla retina, ma la luce proviene da noi. Sicché la luce che traccia le figure del sogno è anteriore ontologicamente alla luce che delinea la realtà della veglia. La luminescenza del sogno è la prima forma della luce. Al sommo si deve porre l'intelletto puro o lume nero, che si esprime proiettando il lume dei sogni prima e poi la luce diurna esteriore. La Kena Upanishad dice che l'essere creatore, brahamn è un lampo, un batter di palpebre.

Nella Brihadaranyaka Upanishad il re discorre con un sapiente ed estrae nel più semplice dei modi la dottrina della luce. "Qual è la luce che muove l'uomo?", domanda, e il saggio risponde prima il sole, e quando esso manchi, la luna e quando anch'essa manchi, un fuoco acceso. Ma senza nessuno di questi lumi esterni e visibili, da che cosa sarà mosso l'uomo? Da un discorso che gli dia luce. E quando non ci sia nemmeno un discorso? l'uomo si reggerà nel buio e nel silenzio, mercè il suo semplice essere, che è la luce coinvolta nei soffi che lo reggono, emananti dal cuore dove la luce cova nascosta (IV, 3, 1-7).

Una luce nera. Ancor prima di queste dimostrazioni filosofiche c'era stata la verità vedica, espressa in forme mitiche, ma profonde e ancor oggi vive nei riti quotidiani dei fedeli indù. Giorno e notte erano vedicamente due aspetti del cosmo, che si unificavano nell'Androgino o Torovacca, l'Intermedio che fu emanato dalla voce divina. Il cosmo è retto da una colonna che si esprime col nome di Aum e nella forma della luce come occhio e fuoco uniti. Nome e forma sono due principi che reggono ogni realtà. Meditando sul nome Aum si comprenderà dunque il significato della luce.

I trattati di meditazione insegneranno questo esercizio: ci si concentri sul proprio cuore immaginandolo come un loto inclinato. Si opererà su questa forma, sollevandola, e quindi guardandole dentro. Dovrà emergere dal suo cuore la luce. Si vedrà al centro la lettera A, il disco solare, la veglia; approfondendo la lettera U, il disco lunare, il sogno; approfondendo ancora la lettera M, il sonno senza sogni. Ma chi medita a fondo procede aldilà di questa triade, fino a quella che si è chiamata una catalessi, una consapevolezza nel sonno, uno stato di liberazione e nel loto del cuore si dovrà vedere il vago mormorio, l'estinguersi della M, la luce nera.

Costante ritroviamo la scoperta di questa luce nera aldisotto dei fulgori diurni nella tradizione greca, in quella indù, ma anche nella filosofia persiana, dove nei secoli si è svolta con precisione incantevole e Henry Corbin la seppe esporre ad un Occidente ignaro e confuso. E' come se la xvar nah dei tempi zoroastriani si trasmettesse ai filosofi dell'epoca islamica: Qotboddiri Shirazi chiarnerà xvar nah la luce che dalle Intelligenze immateriali scende nell' anima mercè gli esercizi spirituali svolti con la volontà ferrea di attingere i piani soprannaturali dell'essere.

Questa luce attinta nella meditazione è un elisir, è il nimbo dei re antichi, è la folgore divina. La tradizione islamica era fondata su un raptus coranico ìntorno alla luce, alla sura XXIV: " Dio è la luce dei cieli e della terra e si rassomiglia la sua luce a una nicchia in cui è una lampada e la lampada è in un cristallo ed il cristallo è come una stella lucente e arde la lampada dell'olio di un albero benedetto né orientale, né occidentale, il cui olio per poco non brilla anche se nessun fuoco lo tocchi. E' luce su luce".

Al Ghazali scrisse un sublime trattatello su questo passo, interpretando la nicchìa come la sensibilità dell'uomo, la lampada come lo spirito profetico e il fuoco come lo spirito divino, mentre Dio soltanto è in se stesso luce. Quando questa luce scende nel cuore sfolgora la lampada. Il cristallo è l'immaginazione, che va purificata e corretta finchè diventi pura trasparenza immaginale degli archetipi. L' albero è lo spirito ragionante e l'olio che se ne trae è lo spirito profetico. Impregnato da Plotino, Al Gliazali afferma che la parola luce data a cosa diversa da Dìo è una pura metafora senza realtà.

Ma la prima accezione, volgare, dì luce designa ciò che è visibile e rende visibili altre cose, come sole, luna, fuochi; la seconda accezione, propria di chi abbia elevatezza, designa la facoltà visiva. Ma cè una terza accezione, la più veridica, per cui la luce è la facoltà intellettuale, che tutto vede. L' occhio merita la parola luce più della luce, l'intelletto ancor più dell'occhio (e luce è Dio!). Forse fu Sohrawardi il filosofo che ne seppe parlare con la massima precisione e poesia, specie nel Racconto dell'arcangelo imporporato.

"Dov'è la fonte di vita Egli si domanda, e risponde: - Mettiti i sandali di Elia profeta e avviati fiducioso là dove si ha piena coscìenza della tenebra. Quando di tenebra sarai tutto circondato e serrato, quando sarai confitto nella notte, avrai fatto il primo passo. Seguiranno stupefazioni e strazi, poichè da questo punto di vista la realtà si capovolge. Ma alla fine attingerai la fonte e lì scorgerai il lume. Non scappare, ma bagnati ìn quella luce, Dopo non potrai più essere colpito o insudiciato. Immergiti in quella luce e dirai: "Dinanzi a me le letture si allontanano, Presso di me i sensi si aguzzano".

Si potrebbe recitare anche un altro passo di Sohrawardi: "Eleva la salmodia della luce, Soccorri il popolo della luce, guida la luce alla luce". Infinito tema è questo della cerca nella tenebra. Lo riprese Najmí Kobrá, Egli esorta a chiudere gli occhi e a vedere così la luce. Dice: Tu vuoi vedere, ma l'oscurità della tua natura ti sta così addosso che ti impedisce la vista interiore. Se vuoi vedere la luce tenendo gli occhi serrati, comincia con l'allontanare o diminuire qualcosa nella tua natura". Occorre lottare nel farlo, salmodiando, finchè si vedrà la nube nera del male diventar rossa e infine sbianchire.

Alla fine sfolgora una luce verde, la luce smeraldina della conoscenza, emanante dal cuore. E' la stessa luce d'origine cordiale di cui ci parla il buddhismo himalayano, concretandola in una figura di fanciulla sfolgorante, la Tara verde, traghettatrice verso la liberazione. Un allievo di Kobrá, Najm Rázi (nato nel 1256) parlò più a lungo dei colori accesi nella vista interiore. Prima è il bianco dell'abbandono, poi il giallo della preghiera, il turchino della benevolenza, il verde dell' anima pacificata. E' forse lo stesso verde dì cui parlava come termine ultimo dell'ascesa Kobrá; ma Rázi aggiunge dopo di esso la luce glauca della certezza e la rossa dell'intelletto attivo, divino.

Infine giunge alla luce nera, alla settima tappa, la suprema, dell'amore estatico, al fondo entusiasta e urlante dell' anima. Nera è la maestà che incendia e annienta, dìce Rázi, la suprema teurgia, l'aldilà dei sei colori, della bellezza, il sublime che fa esistere, in cui pullula la fonte della vita. Lahiji nel Roseto del mistero insiste sull'annientamento di noi stessi che avviene nel nero smagliante, nella notte fonda e abbagliante, nel mezzogiorno tenebroso.

Sarà superfluo citare le notti mistiche dell'Europa secentesca, che propongono la stessa verità: dal nero assoluto sprigiona ogni luce, prima del sogno, quindi della realtà. Per raggiungere questo luogo spirituale supremo, occorre fare un viaggio pericoloso. Osò parlarne con la massima precisione Ibn 'Arabi, dicendo che per farlo si deve diventare animali: spogliarsi della ragione umana e ridursi alla percezione della fiera, soltanto a questo patto si avrà la visione degli archetipi supremi. In Ibn 'Arabi è consegnato ad una pagina delicata e sottile il messaggio ripetuto con costanza in tutte le civiltà sciamaniche.

E' un messaggio che s'intreccia a quello che ci arriva dagli sciamani Iglulik del Labrador, che, Rasmussen riferisce, si isolavano nella tenebra in attesa che la luce erompesse dal loro interno, e sapevan tramutarsi nelle varie belve della loro terra e del loro mare. E' lo stesso messaggio che ci lasciano i romitì tibetani sequestrati ìn stanze buie in attesa dì scordare la differenza tra tenebra e luce, concentrandosi sulla luce emanante dalle proprie viscere. Lo stesso messaggio infine emerge dai maestri taoisti, intenti a far fiorire il loro addome, a farlo accendere di lumi.

Così essi interpretavano il detto di Lao zi:"Riempi il ventre e svuota il cuore", Visitavano nella fantasia paradisi dove gli alberi di vita e le acque cristallline fornivano cibo e bevanda da tramutare il nero ventre in mille luci, assorbivano gli effluvi degli astri, finché il fegato produceva un ragazzo vestito dì verde, legato agli occhi; il cuore, legato al sangue, un ragazzo vestito di rosso; i polmoni ed il naso un ragazzo vestito di bianco; la milza legata a digestione ed escrezione un ragazzo vestito di giallo; la cistifellea legata al vigore dei soffi un ragazzo vestito di ogni tinta, un arlecchino; i reni infine, al fondo del corpo, un ragazzo vestito di nero. I maestri taoisti insegnavano anche ad assorbire i raggi del sole, facendoli scendere nei piedi e salire alla testa, fino a restame arrossati in volto, simili ad un astro. Facevano scendere il soffio solare del cuore, salire quello lunare dei reni e li fondevano insieme.

Abbiamo colto cenni al culto della luce nell'occidente diviso tra la tradizione ebraica e la cristiana e poi nei vari mondi, il persiano, l'ìndù, il cinese. Dovunque emergono delle verità universali, da tutti riconosciute per poco che la mente abbia meditato a fondo. La luce è un'illusione, sia l'esteriore, che ogni crepuscolo ci toglie in un bagliore rossastro, sia l'interiore che disegna le immagini del sogno e della meditazione profonda nella mente. Ma se si accetta la tenebra totale e ci si immerge in essa, si vedrà finalmente la sua luce nella fonte della vita, dice l'immaginoso Persiano. In parole diverse ripetono unanimi questa sequela gli sciamani, i sapientì ìndù e i maestri platonici.

Fonte:http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/zolla/luce.htm

Come trovare Dio?

Perché chiedi di Dio? Cosa vorresti ottenere da questo incontro? Felicità, pace, libertà, verità? Credo siano queste le cose che solitamente vorrebbero raggiungere le persone che chiedono di incontrare dio. Questo, in concreto, significa solo che, ora come ora, quel che tu vivi è infelicità e confusione. Peschiamo, così, dal cilindro dei nostri pensieri, l’idea di dio, sperando di cancellare, con un colpo di spugna, ogni nostro conflitto.. Ma che dio potrà mai essere questo? Un pensiero generato da una mente infelice non credo possa divenire una realtà di pace.

Cerca di guardare lucidamente la realtà che stai vivendo, perché solo da lì riuscirai a far nascere quella perpetua luce interiore che non è frutto di un sogno o di un bisogno di fuggire. Ecco che allora inizierai a vedere anche l’Amore che muove l’esistenza intera, e a quel punto, forse, ti chiederai cosa stia accadendo e da dove venga tutta quella bellezza, ma non trovando alcuna risposta, e rimanendo meravigliata da tanto splendore, forse dirai, “è Dio, è Il Mistero”, o forse rimarrai semplicemente in silenzio. Ma non parliamo più di dio prima ancora d’aver parlato con noi stessi.

Fonte:Dadrim.org

"IO SE FOSSI DIO" (GIORGIO GABER -1980)





Testo:

Io se fossi Dio
E io potrei anche esserlo
Se no non vedo chi.
Io se fossi Dio non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
Non sarei mica un dilettante
Sarei sempre presente
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
O meglio ancora a criticare, appunto
Cosa fa la gente.
Per esempio il cosiddetto uomo comune
Com'è noioso
Non commette mai peccati grossi
Non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto poverino è troppo misero e meschino
E pur sapendo che Dio è il computer più perfetto
Lui pensa che l'errore piccolino
Non lo veda o non lo conti affatto.
Per questo io se fossi Dio
Preferirei il secolo passato
Se fossi Dio rimpiangerei il furore antico
Dove si amava, e poi si odiava
E si ammazzava il nemico.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
Non sarei mica stato a risparmiare
Avrei fatto un uomo migliore.
Si, vabbè, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino.
Io se fossi Dio
Non avrei fatto gli errori di mio figlio
E specialmente sull'amore
Mi sarei spiegato un po' meglio.
Infatti voi uomini mortali per le cose banali
Per le cazzate tipo compassione e finti aiuti
Ci avete proprio una bontà
Da vecchi un po' rincoglioniti.
Ma come siete buoni voi che il mondo lo abbracciate
E tutti che ostentate la vostra carità.
Per le foreste, per i delfini e i cani
Per le piantine e per i canarini
Un uomo oggi ha tanto amore di riserva
Che neanche se lo sogna
Che vien da dire
Ma poi coi suoi simili come fa ad essere così carogna.
Io se fossi Dio
Direi che la mia rabbia più bestiale
Che mi fa male e che mi porta alla pazzia
È il vostro finto impegno
È la vostra ipocrisia.
Ce l'ho che per salvare la faccia
Per darsi un tono da cittadini giusti e umani
Fanno passaggi pedonali e poi servizi strani
E tante altre attenzioni
Per handicappati sordomuti e nani.
E in queste grandi città
Che scoppiano nel caos e nella merda
Fa molto effetto un pezzettino d'erba
E tanto spazio per tutti i figli degli dèi minori.
Cari assessori, cari furbastri subdoli altruisti
Che usate gli infelici con gran prosopopea
Ma io so che dentro il vostro cuore li vorreste buttare
Dalla rupe Tarpea.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio maledirei per primi i giornalisti e specialmente tutti
Che certamente non sono brave persone
E dove cogli, cogli sempre bene.
Signori giornalisti, avete troppa sete
E non sapete approfittare della libertà che avete
Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate
E in cambio pretendete
La libertà di scrivere
E di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
Di presidenti solidali e di mamme piangenti
E in questo mondo pieno di sgomento
Come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento:
Cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti
E si direbbe proprio compiaciuti
Voi vi buttate sul disastro umano
Col gusto della lacrima
In primo piano.
Si, vabbè, lo ammetto
La scomparsa totale della stampa sarebbe forse una follia
Ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza
Non avrei certo la superstizione
Della democrazia.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
Naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente.
Nel regno dei cieli non vorrei ministri
Né gente di partito tra le palle
Perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
Che poi è un gioco di forze ributtante e contagioso
Come la febbre e il tifo
E tutti quelli che fanno questo gioco
C' hanno certe facce
Che a vederle fanno schifo.
Io se fossi Dio dall'alto del mio trono
Direi che la politica è un mestiere osceno
E vorrei dire, mi pare a Platone
Che il politico è sempre meno filosofo
E sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
Che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
Che scivola sulle parole
E poi se le rigira come lui vuole.
Signori dei partiti
O altri gregari imparentati
Non ho nessuna voglia di parlarvi
Con toni risentiti.
Ormai le indignazioni son cose da tromboni
Da guitti un po' stonati.
Quello che dite e fate
Quello che veramente siete
Non merita commenti, non se ne può parlare
Non riesce più nemmeno a farmi incazzare.
Sarebbe come fare inutili duelli con gli imbecilli
Sarebbe come scendere ai vostri livelli
Un gioco così basso, così atroce
Per cui il silenzio sarebbe la risposta più efficace.
Ma io sono un Dio emotivo, un Dio imperfetto
E mi dispiace ma non son proprio capace
Di tacere del tutto.
Ci son delle cose
Così tremende, luride e schifose
Che non è affatto strano
Che anche un Dio
Si lasci prendere la mano.
Io se fossi Dio preferirei essere truffato
E derubato, e poi deriso e poi sodomizzato
Preferirei la più tragica disgrazia
Piuttosto che cadere nelle mani della giustizia.
Signori magistrati
Un tempo così schivi e riservati
Ed ora con la smania di essere popolari
Come cantanti come calciatori.
Vi vedo così audaci che siete anche capaci
Di metter persino la mamma in galera
Per la vostra carriera.
Io se fossi Dio
Direi che è anche abbastanza normale
Che la giustizia si amministri male
Ma non si tratta solo
Di corruzioni vecchie e nuove
È proprio un elefante che non si muove
Che giustamente nasce
Sotto un segno zodiacale un po' pesante
E la bilancia non l'ha neanche come ascendente.
Io se fossi Dio
Direi che la giustizia è una macchina infernale
È la follia, la perversione più totale
A meno che non si tratti di poveri ma brutti
Allora si che la giustizia è proprio uguale per tutti.
[.]
Io se fossi Dio
Io direi come si fa a non essere incazzati
Che in ospedale si fa morir la gente
Accatastata tra gli sputi.
E intanto nel palazzo comunale
C'è una bella mostra sui costumi dei sanniti
In modo tale che in questa messa in scena
Tutto si addolcisca, tutto si confonda
In modo tale che se io fossi Dio direi che il sociale
È una schifosa facciata immonda.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
[.]
Io se fossi Dio
Vedrei dall'alto come una macchia nera
Una specie di paura che forse è peggio della guerra
Sono i soprusi, le estorsioni i rapimenti
È la camorra.
È l'impero degli invisibili avvoltoi
Dei pescecani che non si sazian mai
Sempre presenti, sempre più potenti, sempre più schifosi
È l'impero dei mafiosi.
Io se fossi Dio
Io griderei che in questo momento
Son proprio loro il nostro sgomento.
Uomini seri e rispettati
Cos'ì normali e al tempo stesso spudorati
Così sicuri dentro i loro imperi
Una carezza ai figli, una carezza al cane
Che se non guardi bene ti sembrano persone
Persone buone che quotidianamente
Ammazzano la gente con una tal freddezza
Che Hitler al confronto mi fa tenerezza.
Io se fossi Dio
Urlerei che questi terribili bubboni
Ormai son dentro le nostre istituzioni
E anzi, il marciume che ho citato
È maturato tra i consiglieri, i magistrati, i ministeri
Alla Camera e allo Senato.
Io se fossi Dio
Direi che siamo complici oppure deficienti
Che questi delinquenti, queste ignobili carogne
Non nascondono neanche le loro vergogne
E sono tutti i giorni sui nostri teleschermi
E mostrano sorridenti le maschere di cera
E sembrano tutti contro la sporca macchia nera.
Non ce n'è neanche uno che non ci sia invischiato
Perché la macchia nera
È lo Stato.
E allora io se fossi Dio
Direi che ci son tutte le premesse
Per anticipare il giorno dell'Apocalisse.
Con una deliziosa indifferenza
E la mia solita distanza
Vorrei vedere il mondo e tutta la sua gente
Sprofondare lentamente nel niente.
Forse io come Dio, come Creatore
Queste cose non le dovrei nemmeno dire
Io come Padreterno non mi dovrei occupare
Né di violenza né di orrori né di guerra
Né di tutta l'idiozia di questa Terra
E cose simili.
Peccato che anche Dio
Ha il proprio inferno
Che è questo amore eterno
Per gli uomini.