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Osservare

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Uno dei possibili modi d'intendere il termine meditazione, sia in senso orientale che occidentale, è quello di riflessione quieta ed attenta. Una contemplazione che da semplice osservazione o ascolto iniziali di un determinato soggetto diventa rilievo silente.

La meditazione implica una mente silenziosa come nel sonno profondo, ma all'erta e consapevole come nel pensiero dello stato di veglia.

Osservare

Rilassati, distenditi, assumi una posizione consona. Seduto e non supino, spina dorsale dritta.

Osserva il respiro e astieniti dal pensare di proposito, cioè volutamente, ma non escludere nulla. Diventa un puro riflesso di tutto ciò che accade. Il flusso spontaneo e naturale del respiro sarà l'oggetto primario d'attenzione. Tuttavia non rifiutare subito il suo corollario, gli eventuali pensieri apparentemente autonomi che si avvicendano, in secondo piano, sullo sfondo della coscienza, conquistando, temporaneamente la tua attenzione, un background d'immagini, gioie o vicissitudini, idee gradevoli, moleste o indifferenti. Osserva direttamente, non elaborare o etichettare quanto vedi. Se qualcosa ti distrae prendine atto, ma poi ritorna al flusso naturale del respiro. Dimentica per un po' le conoscenze pregresse. Vivi l'istante, il frangente, per ciò che è.

Osserva consapevolmente il flusso e riflusso del respiro, nonché gli eventuali pensieri, come fossero le onde di un laghetto agitato. Contemplali, con il giusto distacco, come un osservatore che diventa, via via più lontano. I pensieri e il respiro sono le onde del lago. Quando tali increspature superficiali diventano più piatte e cominciano a placarsi, la tua interiorità si rinnova divenendo progressivamente più limpida. Cos'é tale stato di calma, donde proviene? Vivilo semplicemente in quanto ottima pausa di relax, riposo, momentaneo distacco dal tran tran della vita ordinaria. Con il tempo tale metodo ti condurrà ad esplorare le tue profondità esistenziali più intime, laddove sembra riprodursi una nuova sorgente di vivida energia ristoratrice.

In questa osservazione non v'è nulla da raggiungere, conquistare, afferrare, ricevere. Ciò che conta è l'atto in sé. In realtà non importa ciò che si osserva, il flusso del respiro, un simbolo religioso, la tremula fiamma di un innocente candela, il flebile bisbiglio di un molesto pensiero ricorrente, il tacito mormorio di un'emozione volubile. Non importa quel che si osserva. Perché colui che osserva e l'oggetto osservato appartengono alla medesima arcinota realtà. Ciò che conta è solo l'atto di osservare, l'unico gesto capace di dischiudere le porte alla verità del proprio presente.

Quindi, riepilogando: osserva, l'oggetto di osservazione potrebbe sfuggirti, il cicalio dei pensieri riprendere, ma tu rimani consapevole e rileva, riscontra, sorveglia, guarda attentamente il flusso del respiro, gli eventuali pensieri, senza sostituirli con l'immagine di un laghetto, ma divenendo vieppiù come un lago di calma e silenzio le cui acque superficiali si quietano sino a consentire d'intravederne profondità via via più recondite.

Se l'esercizio testé descritto è adatto o in sintonia con le tue propensioni individuali, avvertirai ben presto dei lievi benefici, un senso d'integrazione e tranquillità cui seguirà, inevitabilmente, una disposizione compassionevole verso tutti gli esseri viventi. In caso contrario sarà inutile insistere. Esistono tante altre possibilità.

Ma se il metodo funziona è probabile che percepirai un senso di freschezza e ristoro interiori. Proprio come se da te, dal tuo interno, sgorgasse una sorgente dalle chiare fresche e limpide acque vitali. Quella è la fonte d'ogni benessere. Essa non ha una collocazione specifica. In realtà non si può dire che sia "dentro" davvero, oppure provenga dall'esterno. Diciamo pare che sgorghi dal nulla, ma da un nulla tutto, vuoto e pieno, che si manifesterà quando la tue attitudini naturali saranno divenute calma e chiarezza.

I modi di esprimere nell'immediato il risultato di queste circostanze è individuale, cioè diverso per ciascuno. Taluni ne percepiranno gioia, tal'altri un vivace senso di libertà. C'è chi svilupperà la propria intuizione, chi diverrà creativo, o silente, o amorevole, o più probabile un insieme di tutte queste caratteristiche.

Oltre la sensazione di essersi rigenerato qualcheduno sentirà di aver ritrovato se stesso. E questo "se stesso" si risolverà, con il tempo, in una percezione esistenziale che comprende anche gli altri, il mondo intero, il cosmo. Infine subentrerà la compassione ...

Nel processo appena descritto non negheremo mai l'io che osserva, che è ciascuno di noi e senza di cui non potremmo, ovviamente, operare. L'io che osserva è genuino, autentico. E' la vita che osserva, per nostro tramite, il dispiegarsi degli eventi. Ci sono alcuni maestri che suggeriscono di esaminarlo direttamente ... altri sostengono che per conoscere se stessi sia meglio evitare l'auto-osservazione diretta. Invece se questo "io" si autoafferma come osservatore, senza identificarsi con alcun oggetto, non potrà che riconoscere, con il tempo, la sua vera natura.

Egli non è, in realtà, quel piccolo, modesto e transuente ego, capriccioso e pieno di desideri quanto inconsapevole, che vive in funzione d'ingannevoli appigli. Ma è l'intramontabile e indissolubile vita che scruta se medesima attraverso il miracolo del suo occhio mortale, si rattrista per l'impermanenza di quanto scorge , ma gioisce del comporsi e ricomporsi d'ogni evento in un flusso senza inizio, fine, tempo. Si, perché ha contemplato la natura essenziale, l'intrinseco ...

Epilogo

La tua mente ordinaria non è differente dalla tua mente "buddhica". Dovunque vada o veda sei già un Buddha. Sii presente a ciò che fai, al tuo stesso presente, limitandoti ad eseguire l'azione che stai compiendo. Ecco la tua sadhana (disciplina spirituale), se mangi mangia, se dormi dormi, se cammini cammina, in ufficio lavora e se ti rilassi molla davvero la presa e rivolgiti al tuo cielo interiore, che come mente universale ha di per sé una sua incontaminabile e fulgida purezza. Certo, può sempre accadere che qualche nube l'attraversi. Tali nubi sono gli oggetti esterni, pensieri o preoccupazioni moleste. Ma così come subitamente sopraggiunti, altrettanto rapidamente si dileguano lasciandoti libero di scegliere. Entrare, uscire, ritornare ... ed ecco che il laghetto della tua mente diventa un limpido cielo interiore. Osserva e non escludere nulla, includi ogni cosa.

Bene, pensi che ti abbia descritto una nuova tecnica di meditazione? Nient'affatto! Osservare consapevolmente è il gesto più immediato, semplice e gratuito che si possa mai compiere.

Fonte:http://www.meditare.it/meditazione/osservare.htm

Meditare è guardare per la prima volta - Jean Bouchart d’Orval



La meditazione non ha veramente niente a che vedere con una tecnica. Meditare è guardare per la prima volta, mentre praticare una tecnica consiste nel ripete per l’ennesima volta. Concentrarsi è astrarsi dalla vita, un mancare di rispetto a ciò che è lì. Cos’è che non volete vedere nella vostra vita, e perché? Non c’è da concentrarsi, non c’è che da ascoltare, guardare. Meditare non è fuggire gli oggetti, né andare a pesca per prenderli: sono due facce della stessa mancanza di maturità.

Tutto ciò che ci si attende, tutto ciò che si spera, tutto ciò che si può comprendere, sono degli oggetti, cioè qualcosa che un osservatore taglia da ogni parte in rapporto ad altri “oggetti” e in rapporto allo sfondo silenzioso. Se andate a caccia, o a pesca, nel fitto del bosco rischiate di uccidere un animale o un pesce che, come voi, non domanda che di vivere. Non è certo segno di una gran sensibilità, ma quando andate ogni giorno alla pesca interiore per acchiappare qualcosa di sostanziale, date prova di una insensibilità ancor più fondamentale: forse non ucciderete un animale, ma ucciderete, o almeno seppellite, ciò che è vivo in voi. In capo a qualche anno, ingrosserete le file dei vecchi crostini che galleggiano nella zuppa cosiddetta spirituale del vecchio pianeta. Cercare di distinguere un oggetto, cercare di comprendere, cercare uno stato di coscienza, voler trascendere il mondo, diventare un essere realizzato, tutto ciò riflette una mancanza di chiarezza ed è ancora un compromesso. ...

La vita meditativa è la maturità dello sguardo, in cui non c’è più la solita corsa bovina verso gli oggetti. È un persistere dello sguardo. È per impazienza che ci gettiamo su oggetti e situazioni. L’impazienza è la paura e questa paura si fonda unicamente su un pensiero.

Meditare è persistere con ciò che è lì. Questo implica il rifiuto delle immagini. Non combatterle, non cercare di distruggerle. Cosa c’è da combattere? No. Consiste nel rifiutare di accontentarsi del pallido riflesso della realtà che è l’immagine di se stessi. Quando state con “ciò che è lì”, ad un certo momento questa attenzione diventa silenzio, meraviglia, rapimento, tranquillità.

La nebbia delle immagini si dissipa e resta una lucidità, nella quale non c’è più oggetto né soggetto. Meditare è vivere senza localizzarsi. Non c’è che puro sguardo, pura attenzione. ...

Fonte:http://www.meditare.net/meditazione/meditare-guardare-per-la-prima-volta-jean-bouchart-d-orval

http://www.dadrim.org/images/stories/domande/osho.jpg

“L’osservatore e l’osservato sono due aspetti del testimone. Quando scompaiono l’uno nell’altro, quando si fondono l’uno nell’altro, quando si uniscono – per la prima volta il testimone affiora nella sua totalità. …l’osservatore non è il testimone: né è solo una parte. E quando la parte pensa di essere l’intero, sorge l’errore. L’osservatore indica il soggetto, l’osservato indica l’oggetto. L’osservatore significa ciò che è esterno all’osservato e l’osservato significa anche ciò che è all’interno. L interno e l’esterno non possono essere separati, sono uniti e possono essere solo uniti. Quando sperimenti questa unione, o meglio l’unità, in te affiora il testimone. Non puoi esercitarti a fare il testimone. Se lo fai, ti eserciti solo a fare l’osservatore, e l’osservatore non è il testimone. Allora cosa dovresti fare? Dovresti scioglierti, dovresti fonderti,. Guardando una rosa, dimentica totalmente che un oggetto è visto e un soggetto la vede. Lasciati inondare dalla bellezza e dalla benedizione del momento, così tu e la rosa non sarete più separati – diventerete un unico ritmo, un canto, un’estasi”.

(OSHO, Il libro della consapevolezza, Edizioni del Cigno, Giugno 2001, p. 25-26)

Il ricordo di sé di Gurdjieff va comparato più alla pratica dell’osservazione che al testimone di Osho. Il testimone di Osho è comparabile alla realizzazione del Sé. Quindi abbiamo “ricordo di sé” come “osservazione” e “il testimone” come “realizzazione del sé”.

Rispetto alle affinità fra le due figure, per quanto riguarda il livello sostanziale, cioè la realizzazione del “sé” o del “non io” o del “divino” o come la si voglia chiamare, non v’è alcuna differenza. Per quanto riguarda il livello formale, che concerne i mezzi espressivi e le tecniche che un maestro sente più affini alla sua storia e alla sua visione personale, ognuno ha i suoi e sta ha noi scegliere quali sentiamo più congeniali.

Ho spesso mosso alcune osservazioni critiche sulla forma di Krishnamurti. Quelle critiche forse aiuteranno chi, avendo una struttura simile a quella che avevo io, potrebbe incorrere nei miei medesimi intoppi. Mai potrei criticare la sostanza del messaggio di Krishnamurti, perché dove la verità dimora solo il silenzio può parlare. Cosa difficile per molti è distinguere i veri maestri dai falsi, la verità dall’inganno, ma è anche vero che ognuno trova quel che vuole cercare… insomma… ognuno ha quel che si merita.

Che altro potrei dire? Come può una formica descrivere degli elefanti? Non è possibile! Quindi mi sento di aggiungere solo questo: come è facile sedersi sulla loro groppa e lasciarsi portare con fiducia. Se fiducia ne abbiamo!!!

Un caro saluto,

Dadrim

Fonte:Dadrim.org

il ricordo di se’ ( parte II )



Ricordati di te stesso, idiota!
(Gurdjieff, nascosto dietro le quinte, a Orage che sta parlando sul palco)

Se non possiamo controllare la macchina, siamo la macchina.
Robert Earl Burton

Dopo aver acquisito dimestichezza con gli esercizi precedenti, si possono fare tentativi con esercizi che richiedono maggiore impegno. Ad esempio, molti trovano più difficile ricordarsi di sé quando sono in compagnia di altre persone. Fino a quando svolgono gli esercizi in solitudine riescono a mantenere una sufficiente concentrazione su se stessi, ma nel momento in cui devono prestare attenzione a ciò che fa o dice un'altra persona piombano nel sonno più completo.

Facciamo un esempio. Quando laviamo i piatti di norma non occorre un notevole grado di concentrazione, questa è infatti un'attività prevalentemente meccanica, il corpo la compie quasi da solo, tanto che la maggior parte del tempo possiamo permetterci di pensare a tutt'altro fantasticando con la mente. Un po' come accade quando si guida su un'autostrada senza traffico: si può pensare ad altro o parlare con il passeggero, eppure la parte più meccanica del nostro cervello continua a guidare senza problemi.
Se vogliamo svolgere l'esercizio di ricordo di sé mentre stiamo lavando i piatti dobbiamo portare l'attenzione su di noi oltre che sulle consuete azioni necessarie a lavare i piatti ( attenzione divisa ). Dal momento che tali azioni non ci impegnano mentalmente o emotivamente, ma solo fisicamente, l'esercizio risulterà relativamente - relativamente alla dimestichezza che abbiamo acquisito con tali esercizi - semplice. Dovremo infatti impiegare molte energie per dirigere l'attenzione verso l'interno, ma relativamente poche per fare sì che il nostro corpo continui a lavare i piatti.
Se invece stiamo ascoltando una persona che parla siamo molto impegnati a livello mentale, e spesso lo siamo anche a livello emotivo. Se poi siamo noi a parlare, l'impegno è totale. In tali frangenti dividere l'attenzione fra esterno e interno diventa complesso. Sarà sufficiente provare per accorgersi di quanto sia difficile. Se mentre il nostro interlocutore parla noi ci sforziamo di ricordarci di noi, inevitabilmente perdiamo alcuni frammenti del suo discorso. Se la paura di perdere parte di ciò che sta dicendo l'altro è molta, saremo costretti a smettere di fare sforzi per il ricordo e farci assorbire completamente da ciò che dice ( identificarci ).
L'unico modo per migliorare consiste nel provare e riprovare instancabilmente, magari cominciando con i dialoghi al telefono - in quanto la presenza fisica dell'interlocutore è fonte di ulteriore disturbo per il ricordo di sé. Se possiamo guardare in faccia l'altra persona, e lei può guardare noi, siamo molto più coinvolti e identificati con la situazione che si sta svolgendo, mentre al telefono il numero di sensi interessati all'esperienza è minore.
Provando ci accorgeremo che nel momento in cui la mente deve comprendere il significato delle parole dell'altro, o deve pensare alla risposta da dare, perde la capacità ricordarsi di sé: o fa una cosa, o fa l'altra. Non siamo abituati a dividere l'attenzione perché siamo sempre vissuti nell'identificazione completa con la nostra mente. Nessuno ci ha mai detto che possiamo essere un'"entità esterna" che osserva la mente al lavoro.
Riusciamo a osservare il corpo che lava i piatti, ma ci è difficile osservare la mente mentre compie un ragionamento. Nell'istante in cui la mente deve rispondere, la nostra coscienza, che magari fino a un attimo prima era riuscita a restare presente, e quindi divisa, si riidentifica al cento per cento con la mente pensante.
Questo è dovuto al fatto che noi possediamo ancora uno scarso controllo sulla nostra mente e sulle nostre emozioni, mentre ne abbiamo uno molto maggiore sul corpo fisico. Controllo e identificazione sono inversamente proporzionali: meno siamo identificati - cioè meno siamo coinvolti - con qualcosa, più ne abbiamo il controllo.

Un buon esercizio in preparazione al ricordo di sé in compagnia di altre persone può essere svolto mentre si guarda la televisione. In questo caso si è meno coinvolti perché ci si esercita in solitudine, ma allo stesso tempo si lavora sulla disidentificazione dalla mente, cioè sul ricordarsi di sé mentre la mente segue i dialoghi di un film o di una qualsiasi trasmissione. All'inizio non è semplice nemmeno questo, ma in ogni caso è preferibile cominciare a compiere questo genere di sforzi davanti alla tv, uno strumento con il quale non dobbiamo interagire in maniera attiva, che buttarsi subito nel mezzo di una conversazione dove il coinvolgimento è decisamente maggiore e il ricordo di sé diviene un'impresa titanica.

Altra possibilità è quella di sforzarsi di ricordarsi di sé mentre si legge. Ci si accorgerà presto che nei momenti in cui si porta l'attenzione verso l'interno si perde il significato di ciò che si sta leggendo. Più precisamente: una parte di noi è ancora capace di svolgere una funzione automatica di lettura, ma la mente che deve comprendere il significato non riesce a lavorare in due direzioni contemporaneamente: o si ricorda di sé, o afferra il significato. E' consigliabile esercitarsi inizialmente con letture poco impegnative dal punto di vista del significato.

Ricordarsi di sé ogni volta che si inizia a parlare a qualcuno costituisce un altro buon esercizio. Appartiene alla categoria degli esercizi "istantanei". Il momento in cui parleremo ci coglierà sempre di sorpresa. Sul lavoro qualcuno ci farà una domanda e la risposta uscirà da noi meccanicamente. Solo al termine della conversazione ci accorgeremo di non esserci ricordati di noi quando abbiamo pronunciato le prime parole.
Risulta interessante analizzare cosa accade in questo caso. Per esempio, decidiamo fermamente che ci ricorderemo di noi tutte le volte che rivolgeremo la parola a qualcuno durante le prossime tre ore. Non dobbiamo ricordarci di noi durante l'intera conversazione, il che costituirebbe già il passo successivo, ma solo al momento di pronunciare le prime parole. Nonostante il nostro fermo proposito, quando qualcuno ci interpellerà, le parole usciranno dalla nostra bocca come se fossero attirate dalle parole del nostro interlocutore, come se fossero una conseguenza inevitabile delle sue parole. Ciò dimostra che la nostra risposta in realtà non è mai pensata, ma è solo frutto di una reazione meccanica alla domanda dell'altro, o all'evento che abbiamo commentato.
Il nostro parlare è sempre una reazione meccanica all'avvenimento esterno, perché noi, come coscienza, veniamo bypassati dalla nostra mente. La coscienza osservatrice ( il testimone ) e la mente razionale sono due cose completamente diverse. Non riusciamo a frenare la reazione meccanica della nostra mente, non ci ricordiamo nemmeno di farlo, perché il nostro parlare è un meccanismo che funziona nello stesso modo da decenni, e tutti intorno a noi ne sono ugualmente schiavi, pertanto non abbiamo un valido metro di paragone. Notiamo un evento esterno e reagiamo meccanicamente, pensando o parlando senza aver realmente pensato in maniera cosciente, cioè con tutto il nostro essere in stato di presenza.
Possiamo veramente accorgerci che i nostri pensieri e le nostre parole sono meccanici - cioè reazioni meccaniche a stimoli sensoriali esterni – solo quando proviamo a fermarli coscientemente per mezzo di tali esercizi. Altrimenti questa rimane una teoria come tante.
Le conseguenze del parlare in stato di sonno anziché in stato di ricordo di sé sono sotto i nostri occhi tutti i giorni: i rapporti sociali su questo pianeta sono semplicemente disastrosi; e si va dal rapporto di coppia ai rapporti internazionali fra gli Stati.

opera di Pavel Surma, dal sito http://art.gothic.ru/art_e

Un altro buon esercizio consiste nel pensare "Io sono" non meno di una volta ogni ora, per tutto il giorno. Questo serve a permeare di ricordo di sé l’intera giornata. Sarebbe meglio accompagnare il pensiero con un'inspirazione (pensando "Io") e un'espirazione (pensando "sono").
Ricordarsi di sé ogni volta che si pronuncia la parola "Io" costituisce un esercizio molto avanzato e difficile da mettere in pratica. Purtuttavia a un certo grado del cammino sarà possibile eseguirlo e la sua efficacia è assicurata.
Anche mentre si mangia ci si può ricordare di sé. L’esercizio consiste nel rimanere presenti dal momento in cui si porta il cibo alla bocca a quando si inghiotte il boccone. Portare la propria attenzione sulla masticazione condiziona in maniera notevole l’assimilazione delle sostanze nutritive da parte dell’organismo; la presenza fa sì che cogliamo con maggiore profondità i sapori, estraiamo molta più energia dagli alimenti e di conseguenza percepiamo molto prima il senso di sazietà.
Ricordarsi di sé mentre si mangia spesso risulta difficoltoso per la presenza di altre persone che ci rivolgono la parola. In tal caso la buona regola di “non parlare con la bocca piena” può venirci in aiuto per consentirci di svolgere il nostro esercizio prima di dover rispondere a qualcuno.
Un contributo al ricordo di sé viene dato dallo sforzo di compiere delle semplici operazioni invertendo il lato con cui si compie l’azione. Per esempio, possiamo sforzarci di mangiare per una settimana con la mano sinistra invece che con la destra (o viceversa per chi è mancino) portando il cibo alla bocca con la mano sinistra e tagliando il pane con la mano sinistra. Lavarsi i denti, farsi la barba o depilarsi con la sinistra è un altro buon metodo per costringersi a rimanere presenti durante queste attività.

All'interno di una scuola esoterica è possibile esercitarsi fra allievi, e questa è in effetti la soluzione migliore. Risulta infatti più semplice ricordarsi di sé mentre si ascolta o si parla con qualcuno che sappiamo si sta a sua volta sforzando di ricordarsi di sé. Questo permette di acquisire una certa sicurezza 'in famiglia', e sarà poi meno complicato fare sforzi quando ci si sposta all'esterno della scuola.

concentrare lo sforzo

Una importante raccomandazione è necessaria: concentrare tutto lo sforzo durante il tempo che si è deciso di dedicare all'esercizio e non cercare di ricordarsi di sé anche al di fuori di questo tempo. Per quanto riguarda la prima serie di esercizi, se ad esempio decidiamo di ricordarci di noi tutte le volte che ci alziamo da una sedia, dobbiamo decidere in anticipo per quanto tempo fare sforzi in questa direzione.
Possiamo farlo per tutta la mattina, o durante le ore di lavoro in ufficio, o solo nel percorso dall'ufficio a casa, o esclusivamente dal momento in cui varchiamo la soglia di casa fino all'ora di cena, oppure possiamo decidere di fare sforzi per le prossime due ore indipendentemente da dove ci troveremo.
E' importante stabilire un limite di inizio e fine. Non è di alcuna utilità fare sforzi indiscriminati per tutto il giorno, perché si perde in capacità di concentrazione e l'esercizio non risulta altrettanto efficace. A meno che non si stiano praticando esercizi che per la loro natura richiedono un'estensione illimitata (ad es. l'esercizio dell'"Io sono"). Dobbiamo avere molta pazienza e procedere per gradi, non dobbiamo farci prendere dall'ansia di voler fare tutto subito. Questa risulta a lungo andare la tecnica migliore per svegliarsi. Sono consigli che nascono dalla mia esperienza diretta.

Per quanto concerne gli esercizi di "ricordo di sé prolungato" vale lo stesso principio. Se decidiamo di ricordarci di noi mentre spazziamo il pavimento non dobbiamo fare alcun tentativo né prima né dopo. Se decidiamo di farlo per il tempo in cui viaggiamo sull'autobus, dal momento in cui scendiamo dobbiamo interrompere gli sforzi.
Tuttavia nel breve tempo in cui decidiamo di concentrare gli sforzi tutta la nostra energia deve essere veicolata in quel tentativo. Se decidiamo di compiere sforzi per due ore, dobbiamo considerare quelle due ore come le ultime due ore della nostra vita. Sprecheremmo le nostre ultime due ore di vita per vagare con l'immaginazione da un pensiero all'altro senza alcuno scopo?
Qualunque cosa succeda in quelle due ore noi ci ricorderemo di noi stessi! Questo deve essere l'atteggiamento. Sforzi prolungati per troppe ore lungo la giornata non portano a nulla. Sforzi concentrati ma potenti portano inevitabilmente al risveglio.

Approdare a un nuovo stato di coscienza significa anche entrare consapevolmente in una nuova dimensione: la quarta dimensione. Questa dimensione è stata esaurientemente descritta da poeti, scrittori e chiaroveggenti, e la letteratura in merito è vasta (si vedano Arthur E. Powell e P.D. Ouspensky fra tutti). Penetrare in questa dimensione è come conquistare una fortezza nemica: dobbiamo organizzare dei raid mirati e potenti. Non possiamo combattere tutto il giorno con tutte le nostre truppe, perché ci esporremmo eccessivamente al fuoco nemico e dopo una settimana saremmo esausti. Attacchi di poche ore, ma portati regolarmente tutti i giorni, prima o poi ci consentiranno inevitabilmente di aprire una breccia nel muro nemico. Una volta aperta una breccia nella quarta dimensione, sarà più semplice penetrarvi le volte successive.

Fonte:Officina Alkemica

Il Sutra sui quattro fondamenti della consapevolezza


Sezione prima


Udii queste parole del Buddha a Kammassadharma, una città del popolo dei Kuru. Il Buddha si rivolse ai bhikkhu: "O bhikkhu". I bhikkhu risposero: "Venerabile Signore".

Il Buddha disse: "Bhikkhu, c'è una via meravigliosa per aiutare gli esseri viventi a realizzare la purificazione, superare direttamente il dolore e la tristezza, porre fine alla sofferenza e all'ansia, percorrere il retto sentiero e realizzare il nirvana. È la via dei quattro fondamenti della consapevolezza.

"Quali sono i quattro fondamenti?

1. "Bhikkhu, il praticante si radica nell'osservazione del corpo nel corpo, accurato, consapevole, con una chiara comprensione, avendo abbandonato ogni desiderio e avversione per questa vita.

2. "Egli si radica nell'osservazione delle sensazioni nelle sensazioni, accurato, consapevole, con una chiara comprensione, avendo abbandonato ogni desiderio e avversione per questa vita.

3. "Egli si radica nell'osservazione della mente nella mente, accurato, consapevole, con una chiara comprensione, avendo abbandonato ogni desiderio e avversione per questa vita.

4. "Egli si radica nell'osservazione degli oggetti mentali negli oggetti mentali, accurato, consapevole, con una chiara comprensione, avendo abbandonato ogni desiderio e avversione per questa vita".

Sezione seconda

"In che modo il praticante si radica nell'osservazione del corpo nel corpo?

"Egli va nella foresta, ai piedi di un albero o in una stanza vuota, si siede a gambe incrociate nella posizione del loto, tiene il corpo eretto e stabilisce la consapevolezza di fronte a sé. Egli inspira, consapevole di inspirare. Egli espira, consapevole di espirare. Quando inspira un lungo respiro, egli sa: “Sto inspirando un lungo respiro”. Quando espira un lungo respiro, egli sa: “Sto espirando un lungo respiro”. Quando inspira un respiro breve, egli sa: “Sto inspirando un respiro breve”. Quando espira un respiro breve, egli sa: “Sto espirando un respiro breve”.

"Egli esercita la seguente pratica: “Inspirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Espirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Inspirando, calmo le attività del corpo. Espirando, calmo le attività del corpo”.

"Proprio come un abile vasaio sa, quando gira lungamente il tornio: “Sto girando lungamente il tornio”, quando gira brevemente il tornio: “Sto girando brevemente il tornio”, così il praticante, quando inspira un respiro lungo, sa: “Sto inspirando un lungo respiro”, e quando inspira un respiro breve, sa: “Sto inspirando un respiro breve”; quando espira un respiro lungo, sa: “Sto espirando un lungo respiro”, e quando espira un respiro breve, sa: “Sto espirando un respiro breve”.

"Egli esercita la seguente pratica: “Inspirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Espirando, sono consapevole di tutto il mio corpo. Inspirando, calmo le attività del corpo. Espirando, calmo le attività del corpo”.

"Così il praticante osserva il corpo nel corpo. Egli osserva l'interno del corpo o l'esterno del corpo, o entrambi l'interno e l'esterno del corpo. Osserva il processo di originazione o il processo di dissoluzione nel corpo, o entrambi i processi di originazione e dissoluzione. È consapevole del fatto: “Qui c'è un corpo”, fino al raggiungimento della comprensione e della piena consapevolezza. Egli mantiene l'osservazione, libero, non intrappolato in nessuna considerazione mondana. Bhikkhu, così si pratica l'osservazione del corpo nel corpo.

"Inoltre, quando cammina, il praticante è consapevole: “Sto camminando”. Quando è in piedi, è consapevole: “Sono in piedi”. Quando è coricato, è consapevole: “Sono coricato”. In qualsiasi posizione si trovi, egli è consapevole della posizione del corpo.

"Così un praticante osserva il corpo nel corpo. Egli osserva l'interno del corpo o l'esterno del corpo, o entrambi l'interno e l'esterno del corpo. Osserva il processo di originazione o il processo di dissoluzione nel corpo, o entrambi i processi di originazione e dissoluzione. È consapevole del fatto: “Qui c'è un corpo”, fino al raggiungimento della comprensione e della piena consapevolezza. Egli mantiene l'osservazione, libero, non intrappolato in nessuna considerazione mondana. Bhikkhu, questo è il modo di praticare l'osservazione del corpo nel corpo.

"Inoltre, quando va o torna, il praticante applica piena consapevolezza all'andare o al tornare. Quando guarda davanti o dietro, quando si china o si rialza, applica piena consapevolezza a ciò che sta facendo. Applica la piena consapevolezza indossando il sanghati o portando la ciotola delle elemosine. Quando mangia o beve, mastica o gusta il cibo, nell'eliminare gli escrementi o urinando, applica a ogni azione corporea la piena consapevolezza. Quando cammina, siede, dorme o si sveglia, parla o rimane in silenzio, fa splendere su ogni attività la luce della consapevolezza.

"Inoltre, il praticante medita sul proprio corpo, dalla pianta dei piedi verso l'alto e dalla cima della testa verso il basso; un corpo racchiuso nell'involucro della pelle e pieno delle impurità che gli sono proprie: “Ecco capelli, peli, unghie, denti, pelle, carne, nervi, ossa, midollo, reni, cuore, fegato, diaframma, milza, polmoni, intestini, budella, escrementi, bile, flemma, pus, sangue, sudore, grasso, lacrime, sebo, saliva, muco, liquido sinoviale, urina”.

"Bhikkhu, immaginate un sacco apribile da entrambe le estremità, contenente una miscela di granaglie: riso grezzo, riso selvatico, fagioli verdi, fagioli bianchi, sesamo, riso bianco. Una persona di buona vista, aprendolo, così discerne: “Questo è riso grezzo, questo è riso selvatico, questi sono fagioli verdi, fagioli bianchi, semi di sesamo, riso bianco”. Allo stesso modo il praticante passa in rassegna l'intero corpo, dalla pianta dei piedi alla cima della testa, un corpo racchiuso nell'involucro della pelle e pieno di tutte le impurità che gli sono proprie: “Ecco capelli, peli, unghie, denti, pelle, carne, nervi, ossa, midollo, reni, cuore, fegato, diaframma, milza, polmoni, intestini, budella, escrementi, bile, flemma, pus, sangue, sudore, grasso, lacrime, sebo, saliva, muco, liquido sinoviale, urina”.

"Così il praticante si radica nell'osservazione del corpo nel corpo, dall'interno o dall'esterno del corpo, o da entrambi l'interno e l'esterno del corpo. Si radica nell'osservazione del processo di originazione o del processo di dissoluzione nel corpo, o in entrambi i processi di originazione e dissoluzione. È consapevole del fatto: “Qui c'è un corpo”, fino al raggiungimento della comprensione e della piena consapevolezza. Egli mantiene l'osservazione, libero, non intrappolato in nessuna considerazione mondana. Bhikkhu, così si pratica l'osservazione del corpo nel corpo.

"Inoltre, in qualsiasi posizione si trovi il suo corpo, il praticante passa in rassegna gli elementi che lo compongono: “In questo corpo è l'elemento terra, l'elemento acqua, l'elemento fuoco e l'elemento aria”.

"Come un abile macellaio, o un apprendista macellaio, uccisa una vacca, si siede al crocicchio di una via per squartarla in tante parti, il praticante passa in rassegna gli elementi che compongono il proprio corpo: “In questo corpo è l'elemento terra, l'elemento acqua, l'elemento fuoco e l'elemento aria”.

"Così il praticante si radica nell'osservazione del corpo nel corpo, dall'interno o dall'esterno del corpo, o da entrambi l'interno e l'esterno del corpo. Si radica nell'osservazione del processo di originazione o del processo di dissoluzione nel corpo, o in entrambi i processi di originazione e dissoluzione. È consapevole del fatto: “Qui c'è un corpo”, fino al raggiungimento della comprensione e della piena consapevolezza. Egli mantiene l'osservazione, libero, non intrappolato in nessuna considerazione mondana. Bhikkhu, così si pratica l'osservazione del corpo nel corpo.

"Inoltre, il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero, da uno o due giorni, gonfio, illividito, in putrefazione; e osserva: “Il mio corpo è della stessa natura, subirà la stessa fine, non può evitarlo in nessun modo”.

"Così il praticante si radica nell'osservazione del corpo nel corpo, dall'interno o dall'esterno del corpo, o da entrambi l'interno e l'esterno del corpo. Si radica nell'osservazione del processo di

originazione o del processo di dissoluzione nel corpo, o in entrambi i processi di originazione e dissoluzione. È consapevole del fatto: “Qui c'è un corpo”, fino al raggiungimento della comprensione e della piena consapevolezza. Egli mantiene l'osservazione, libero, non intrappolato in nessuna considerazione mondana. Bhikkhu, così si pratica l'osservazione del corpo nel corpo.

"Inoltre, il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero, beccato dai corvi, dilaniato da falchi, avvoltoi, sciacalli, infestato da larve e vermi; e osserva: “Il mio corpo ha la stessa natura, subirà la stessa fine, non può evitarlo in nessun modo”.

"Così il praticante si radica nell'osservazione del corpo nel corpo, dall'interno o dall'esterno del corpo, o da entrambi l'interno e l'esterno del corpo. Si radica nell'osservazione del processo di originazione o del processo di dissoluzione nel corpo, o in entrambi i processi di originazione e dissoluzione. È consapevole del fatto: “Qui c'è un corpo”, fino al raggiungimento della comprensione e della piena consapevolezza. Egli mantiene l'osservazione, libero, non intrappolato in nessuna considerazione mondana. Bhikkhu, così si pratica l'osservazione del corpo nel corpo.

"Inoltre, il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero; è solo più uno scheletro, con brandelli di carne e macchie di sangue, le ossa tenute insieme dai legamenti; e osserva: “Il mio corpo ha la stessa natura, subirà la stessa fine, non può evitarlo in nessun modo”.

"Inoltre, il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero; è uno scheletro con residue macchie di sangue ma senza più carne, le ossa tenute ancora insieme dai legamenti...

"Inoltre, il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero; è solo uno scheletro, senza più carne né sangue, le ossa tenute ancora insieme dai legamenti...

"Inoltre, il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero; tutto ciò che è rimasto è un ammasso di ossa sparse qua e là: qua l'osso di una mano, là una tibia, un femore, un bacino, una colonna vertebrale, un cranio...

"Inoltre, il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero; tutto ciò che è rimasto è un mucchio di ossa sbiancate, color conchiglia...

"Inoltre, il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero; è passato più di un anno, e tutto ciò che è rimasto è un mucchietto di ossa secche...

"Inoltre, il praticante paragona il proprio corpo a un cadavere che immagina di vedere abbandonato in un cimitero; tutto ciò che è rimasto è la polvere delle ossa sbriciolate; e osserva: “Il mio corpo ha la stessa natura, subirà la stessa fine, non può evitarlo in nessun modo”.

"Così il praticante si radica nell'osservazione del corpo nel corpo, dall'interno o dall'esterno del corpo, o da entrambi l'interno e l'esterno del corpo. Si radica nell'osservazione del processo di originazione o del processo di dissoluzione nel corpo, o in entrambi i processi di originazione e dissoluzione. È consapevole del fatto: “Qui c'è un corpo”, fino al raggiungimento della comprensione e della piena consapevolezza. Egli mantiene l'osservazione, libero, non intrappolato in nessuna considerazione mondana. Bhikkhu, così si pratica l'osservazione del corpo nel corpo".


continua...


La consapevolezza


Conoscere noi stessi significa conoscere il nostro rapporto con il mondo - non solo con il mondo delle idee e delle persone, ma anche con la natura, con le cose che possediamo. In breve, la nostra vita - essendo la vita il rapporto con il tutto. Naturalmente, la comprensione di tale rapporto non richiede alcuna specializzazione, bensì la consapevolezza che la vita va affrontata come un tutto unico. Ma come sviluppare questa consapevolezza? Ecco il nostro problema. Come si può avere questa consapevolezza - se posso utilizzare questo termine senza dargli il senso di specializzazione? Come si può essere capaci di affrontare la vita come un tutto unico, il che significa non solo avere un rapporto personale con il prossimo, ma anche con la natura, con le cose che si posseggono, con le idee, e con le cose che la mente fabbrica, come l’illusione, il desiderio e così via? Come si fa a essere consapevoli dell’intero processo del rapporto? Certamente la nostra vita è fatta di questo, non è così? Non esiste vita senza rapporti; e comprendere i rapporti non significa isolarsi. Al contrario, richiede un pieno riconoscimento o consapevolezza del processo complessivo del rapporto.

Come si può essere consapevoli? In che modo siamo consapevoli delle cose? In che modo siamo consapevoli del nostro rapporto con una certa persona? In che modo siamo consapevoli degli alberi o del verso degli uccelli? O delle nostre reazioni quando leggiamo un giornale? Siamo consapevoli delle risposte superficiali della mente così come di quelle profonde?

In che modo siamo consapevoli di qualunque cosa? Innanzitutto, siamo consapevoli di una risposta a uno stimolo, non è così? Questo è evidente: vedo qualcosa di bello, e c’è una reazione - sensazione, contatto, identificazione e desiderio. Questo è il processo abituale. Possiamo osservare ciò che effettivamente accade senza aver studiato alcun libro.

Attraverso l’identificazione si provano piacere e dolore. E il nostro esser “capaci” consiste nella ricerca del piacere e nell’evitare il dolore, non è così? Se qualcosa vi interessa, se vi procura piacere, immediatamente c’è “capacità”, c’è una consapevolezza di quel fatto; e se invece è spiacevole, si sviluppa la “capacità” di evitarlo. Fin tanto che ricorriamo alla “capacità” per comprendere noi stessi, credo che siamo destinati a fallire, perché la comprensione di noi stessi non dipende dalle nostre capacità. Non è una tecnica che si possa sviluppare, coltivare e accrescere col tempo, affinandola continuamente. Certo, questa consapevolezza di sé può essere saggiata nell’azione del rapporto; può essere valutata in base al modo in cui parliamo e da come ci comportiamo. Ma provate a guardare voi stessi senza identificazioni, senza paragoni, senza condanne; limitatevi a guardare, e vedrete accadere una cosa straordinaria. Non solo metterete fine a un’attività che è inconscia (poiché la maggior parte delle nostre attività sono inconsce), non solo farete cessare questo, ma sarete consapevoli delle motivazioni di tale azione, senza bisogno di indagare, senza scavare in essa.

Quando siete consapevoli, l’intero processo del vostro pensiero e azione vi è chiaro; ma ciò può accadere soltanto quando non c’è condanna. Se condanno una cosa, non la comprendo, e questo è un modo di evitare qualunque tipo di comprensione. Penso che la maggior parte di noi lo faccia di proposito: ci affrettiamo a condannare e pensiamo di aver capito. Se, anziché condannare, consideriamo le cose e ne siamo consapevoli, allora il contenuto, il significato di quell’azione comincia a chiarirsi. Sperimentatelo e vedrete da voi. Basta essere consapevoli - senza alcun senso di giustificazione - il che potrebbe sembrare piuttosto negativo, ma non è negativo. Al contrario, ha la qualità della passività, che è azione diretta; e se lo sperimentate, ve ne accorgerete.

Dopo tutto, se si vuole comprendere qualcosa, bisogna essere in uno stato d’animo passivo, non è vero? Non ci si può pensare continuamente, specularci sopra, o analizzarlo senza sosta. Bisogna essere abbastanza sensibili da accoglierne il contenuto. E’ come essere una lastra fotografica sensibile. Se voglio capirvi, devo essere passivamente consapevole; e allora voi comincerete a raccontarmi tutta la vostra storia. Certamente non è questione di capacità, o di specializzazione. In quel processo cominciamo a comprendere noi stessi - non solo gli strati superficiali della nostra coscienza, ma quelli più profondi, il che è molto più importante; poiché lì si celano tutte le nostre motivazioni e intenzioni, le nostre segrete, confuse richieste, angosce, paure, bramosie. Esternamente possiamo averle tutte sotto controllo, ma dentro di noi ribollono. Fin quando non saranno state interamente comprese attraverso la consapevolezza, non potrà esserci libertà, né felicità, né intelligenza.

E’ forse l’intelligenza una questione di specializzazione? L’intelligenza è in effetti la consapevolezza totale del nostro processo. Ma tale intelligenza va dunque coltivata attraverso una qualunque forma di specializzazione? E’ proprio questo che sta accadendo, non è così? Il sacerdote, il medico, l’ingegnere, l’industriale, l’uomo d’affari, il professore - ormai siamo abituati a ragionare in termini di specializzazione.

Per realizzare la forma più elevata di intelligenza - che è la verità, che è Dio, che non può essere descritta - crediamo di doverci specializzare. Studiamo, brancoliamo, cerchiamo; e, con la mentalità dello specialista o prendendo a modello lo specialista, studiamo noi stessi allo scopo di sviluppare una capacità che ci aiuti a sbrogliare i nostri conflitti, le nostre miserie.

Ammesso che siamo consapevoli, il problema è capire se i conflitti e le disgrazie e le sofferenze della vita quotidiana possano essere risolti da altri; e se non è così, come possiamo noi affrontarli? Comprendere un problema richiede ovviamente una certa intelligenza, e tale intelligenza non può scaturire dalla specializzazione, né essere coltivata attraverso questa. Essa si realizza solo quando siamo passivamente consapevoli dell’intero processo della nostra coscienza, il che significa essere consapevoli di noi stessi senza alternative, senza scegliere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Quando siete passivamente consapevoli, vi accorgete che da quella passività - che non è indolenza, non è sonno, ma al contrario, estrema vigilanza - il problema appare in una luce alquanto diversa; ciò significa che non c’è più identificazione con il problema e, di conseguenza, non c’è più giudizio, per cui il problema comincia a rivelare il proprio contenuto. Se riusciamo a far questo costantemente, ininterrottamente, allora ogni problema può essere risolto in profondità, non superficialmente.

E’ questa la difficoltà, perché la maggior parte di noi è incapace di essere passivamente consapevole, di lasciare che il problema ci racconti la storia senza filtrarla attraverso le nostre interpretazioni. Non sappiamo guardare ai problemi con occhio imparziale. Non ne siamo capaci, purtroppo, perché vogliamo ricavare un risultato dal problema, vogliamo una risposta, puntiamo a un fine; oppure cerchiamo di tradurre il problema in termini di piacere o dolore; o ancora, abbiamo una risposta già bella e pronta circa il modo di affrontare il problema. Dunque ci accostiamo ai problemi, che sono sempre nuovi, con i vecchi schemi di comportamento. Il nuovo rappresenta sempre una sfida, ma la nostra risposta è sempre il vecchio; e la nostra difficoltà consiste nel reagire alla sfida adeguatamente, ossia complessivamente. Il problema è sempre un problema di rapporto - con le cose, con le persone o con le idee; non esiste alcun altro problema; e per affrontare il problema del rapporto, con le sue esigenze che variano costantemente, per affrontarlo in maniera giusta, adeguata, bisogna avere una consapevolezza passiva. Questa passività non è questione di determinazione, di volontà, di disciplina; il primo passo consiste nell’essere consapevoli che non siamo passivi. La consapevolezza di volere una certa risposta a un determinato problema - è certamente quello il primo passo: conoscere noi stessi in rapporto al problema e sapere come affrontarlo. Allora, mentre cominciamo a conoscere noi stessi in rapporto al problema - come reagiamo, quali sono i nostri vari pregiudizi, esigenze, ambizioni, nell’affrontare il problema - questa consapevolezza rivelerà il processo del nostro pensiero, della nostra natura interiore; e in quello c’è una liberazione.

Certo, è importante essere consapevoli senza alternative, poiché la scelta produce conflitto. Colui che sceglie è confuso, perciò si trova a dover scegliere; se non fosse confuso, non ci sarebbe scelta. Soltanto colui che è confuso sceglie ciò che farà o che non farà. L’individuo lucido e semplice non sceglie; ciò che è, è. L’azione fondata su un’idea è ovviamente l’azione legata alla scelta, ma tale azione non è liberatoria; al contrario, crea solo ulteriori resistenze, nuovi conflitti, come è insito nella natura del pensiero condizionato.

Dunque la cosa importante è essere consapevoli attimo per attimo, senza accumulare l’esperienza che la consapevolezza comporta; nel momento in cui si accumula, infatti, si è consapevoli solo attraverso quell’accumulazione, quello schema, quell’esperienza La consapevolezza è allora condizionata dall’accumulazione e, dunque, non c’è più osservazione, ma soltanto traduzione. Laddove c’è traduzione, c’è scelta, e la scelta crea conflitto; e nel conflitto non può esservi comprensione.

La vita è una questione di rapporto; e per comprendere quel rapporto, che non è statico, è necessaria una consapevolezza che sia flessibile, una consapevolezza che sia al tempo stesso vigile e passiva, non aggressivamente attiva. Come ho già detto, tale consapevolezza passiva non si realizza attraverso questa o quella forma di disciplina o di esercizio. Si tratta semplicemente di essere consapevoli, attimo per attimo, del nostro pensare e sentire, e questo non soltanto quando siamo svegli; vedremo infatti, addentrandoci in tale stato, che cominciamo a sognare, cominciamo a vomitare simboli di ogni tipo, che percepiamo come sogni.

In tal modo apriamo la porta del nascosto, che diventa conosciuto; ma per trovare l’ignoto, dobbiamo oltrepassare quella porta - certo, è proprio quella la nostra difficoltà.. La realtà non è qualcosa di conoscibile attraverso la mente, poiché la mente è il risultato del conosciuto, del passato; perciò la mente deve comprendere se stessa e il proprio funzionamento, la propria verità, e solo allora l’ignoto potrà essere.

Di Jiddu Krishnamurti

Fonte:Lamentemente.com

Tecniche meditative basate sulla consapevolezza

INTRODUZIONE

La consapevolezza può essere definita in mille modi e nonostante ciò non si saprà mai cos’è se non la si sperimenta.
Una definizione di consapevolezza è attenta osservazione, e infatti le mie tecniche di meditazione sono basata sulla osservazione; ma non osservazione tramite gli organi della vista, gli occhi, ma osservazione tramite l’occhio interiore, per così dire, e allora la chiamerò “osservazione” per distinguerla da quella propriamente ottica.
Ma osservazione di cosa?
Osservazione del corpo, della mente e delle emozioni.
L’osservazione del corpo è la più facile perché il corpo è a tutti noi evidente grazie alla sua fisicità; quella della mente (ossia dei pensieri) è un po’ più difficile, dal momento che i pensieri non li vediamo; e quella delle emozioni è più difficile ancora, poichè quando si è preda delle emozioni si perde il controllo su di sé.
Ma a cosa serve “osservare” il corpo, la mente e le emozioni?
Serve ad avere controllo su di essi, appunto; ma un tipo di controllo che non è repressione, però, perché reprimere vuol dire sopprimere, spingere verso il basso, coprire; mentre l’osservazione tutto fa, tranne che sopprimere e coprire.
L’osservazione, al contrario, fa evaporare, svanire, scomparire ciò che si osserva e quando una cosa evapora non lascia traccia.
Quando facciamo bollire l’acqua essa evapora e non lascia traccia di se; se invece, la volessimo asciugare con un panno, essa non è più sulla superficie ma l’avremo trasferita sul panno; sempre acqua è.
Con l’ebollizione l’acqua non c’è più e si è trasformata in vapore e non la vediamo più.
Ecco, l’osservazione agisce come l’ebollizione agisce sull’acqua: fa evaporare l’oggetto di osservazione.
Ma questo vuol dire che se io osservo il mio corpo esso scompare?
Nò, non scompare ma scompare tutto ciò che associato di negativo ad esso: la sofferenza.
E allora le mie tecniche meditative hanno lo scopo di far evaporare la sofferenza (psicologica) che subiamo quando il nostro corpo soffre; a quel punto rimane solo il dolore (del corpo) ma non la sofferenza (dell’anima) e possiamo vivere in maniera meno negativa quel dolore.
E cosa succede se osservo i miei pensieri e le mie emozioni?
Succede una cosa bella e strana allo stesso tempo: pensieri ed emozioni scompaiono.
E allora quando è utile applicare tecniche meditative basate sulla consapevolezza?
E’ utile in tutti quei momenti in cui siamo schiacciati dai pensieri negativi e siamo in balia delle emozioni negative e quando abbiamo problemi fisici, come dicevo sopra.

“Osservare” il corpo, la mente e le emozioni vuol dire curare corpo, mente e cuore senza alcun effetto collaterale, e anzi, beneficiando di un benessere fisico, psichico e spirituale non indifferente.
Ma non dovete credere alle mie parole, ovviamente, ed è sufficiente attuare la tecnica dell’osservazione o consapevolezza per rendersene subito conto: senza motivo ci sentiamo in pace con noi stessi e di conseguenza col mondo intero.
E’ probabile che non ci si accorga subito di questo stato di pace, ma se si persevera nella pratica lo si percepirà sempre più, e a quel punto la ricerca della consapevolezza diventa una priorità.

A chi sono rivolte le mie tecniche di meditazione? Sono rivolte a tutti coloro i quali ne fossero incuriositi.

Articolo a cura di cincin
Fonte:COSENASCOSTE.COM

Il ricordo di se’


Introduzione al ricordo di sé

Entriamo nel vivo dei processi alchemici atti a trasmutare l’uomo in qualcosa di splendidamente superiore. Affrontiamo quindi per la prima volta anche il concetto di « risveglio » dell’essere umano.
Il primo passo verso l’acquisizione della liberazione e dell’immortalità consiste in un accurato lavoro di « risveglio »; l’individuo deve cioè rendersi pienamente conto che allo stato attuale sta dormendo.
Quando ci destiamo al mattino in realtà non ci svegliamo, ma passiamo da uno stato di sogno a un altro: è il sonno verticale; un sonno, cioè, che permette la posizione verticale, il movimento, il parlare, lo studiare... purtuttavia è ancora ben lungi dall'essere un reale stato di veglia. Si tratta di una condizione di perpetuo rintronamento nella quale non si pensa, ma si è pensati, non si provano emozioni, ma si è da esse trascinati, non si gestisce il proprio corpo, ma si subisce la sua fisiologia.
Se vogliamo lavorare per evadere dalla prigione è imperativo innanzitutto che sappiamo di essere all'interno di una prigione. Il più grande ostacolo al risveglio è che l'uomo pensa di essere già cosciente e pienamente libero! Per avere la certezza di essere in uno stato di prigionia è necessario vederlo con i propri occhi e, magari, rimanerne scioccati. L'ideale sarebbe riuscire a SENTIRE EMOTIVAMENTE l'addormentamento. Questo fornisce l'energia occorrente per iniziare a lavorare su di sé.
I seguenti esercizi si basano sul « ricordo di sé ». Lo sforzo di ricordarci di noi stessi nell'arco della giornata ci permette di vedere come siamo fatti e in quale stato viviamo tutti i giorni; serve a farci comprendere che durante il giorno "dormiamo" e di conseguenza non siamo mai coscienti di noi. Viviamo dentro un’allucinazione; non vediamo la realtà e non possediamo alcun potere occulto in grado di modificarla semplicemente perché dormiamo. Il "ricordo di noi stessi" ci permette di evitare di lasciar scorrere nell'inconsapevolezza la nostra esistenza quotidiana, portando alla luce anche le zone più nascoste di noi.

Cosa è il « ricordo di sé »? Non lo si può spiegare a parole: lo si capisce facendo gli esercizi. Come vedremo più avanti, si tratta di essere presenti qui-e-ora almeno in corrispondenza di determinate occasioni che vengono stabilite a priori. Un uomo risvegliato è un uomo che si ricorda di sé sempre, è un uomo che è sempre presente qui-e-ora per ventiquattro ore al giorno... anche nel sonno. Il ricordo di sé è infatti un livello di coscienza superiore che si può raggiungere solo sforzandosi di ricordarsi di sé!

L'errore principale della filosofia e della psicologia moderna risiede nell'aver ignorato un quarto stato di coscienza oltre i tre già noti all'uomo ordinario. Gli stati di norma conosciuti sono: sonno verticale (quello ritenuto a torto il normale stato di veglia dell'uomo), sonno profondo, sogno. Nessuna psicologia e nessuna filosofia sono proponibili se non si considera la possibilità nell'uomo di un quarto stato: lo stato di ricordo di sé, che è poi il reale stato di veglia.
Il ricordo di sé - è il 'terribile segreto' dell'Ars Regia che tutti gli alchimisti si sono preoccupati di tenere occulto nei loro scritti: è il « regime », l'« agente universale », il « fuoco lento » a cui la materia deve essere sottoposta per ottenere una trasformazione.
Premettiamo che l'effettivo stato di ricordo di sé è uno stato EMOTIVO SUPERIORE, non un fenomeno intellettuale. Quando nel corso della presente trattazione ci riferiremo al ricordo di sé, ci staremo in realtà riferendo ai nostri tentativi di ricordarci di noi, cioè all'unico stato attualmente possibile per il neofita: uno stato ancora principalmente mentale, in cui ci si sforza di essere presenti per ricordarsi di sé. Con l'espressione « ricordo di sé » intendiamo quindi riferirci allo sforzo di ottenere questo stato, e non allo stato stesso. Attraverso gli sforzi ripetuti sarà però possibile attivare il 'centro emotivo superiore' ( il Cuore ) e quindi entrare nel reale ricordo di sé... e questo è il nostro scopo.
Attraverso lo sforzo di ricordarci di noi tocchiamo con mano la totale assenza di Volontà che ci contraddistingue... ma non dobbiamo abbatterci a causa dei pessimi risultati. Il nostro lavoro consiste nello sforzarci ogni giorno di riuscire, non nell'ottenere un risultato, il risultato non interessa minimamente i nostri scopi.

Il ricordo di sé è il fenomeno più importante della Magia, dell'Alchimia e dell’esoterismo in genere. Compreso questo, l’uomo possiede la chiave per farsi progressivamente strada in altri stati di coscienza e acquisire nuovi poteri. Il ricordo di sé costruisce il « corpo astrale », o « corpo lunare », che permette la sopravvivenza dopo la morte, e anche il « corpo di gloria », cioè l'anima dell'individuo, che permette l'immmortalità assoluta. Sono due livelli iniziatici successivi. L'unico modo che abbiamo per capire cosa è il ricordo di sé è fare degli esercizi; esso non può essere compreso attraverso una spiegazione intellettuale come un qualunque altro concetto. Si può conoscere la meccanicità solo cercando di contrastarla: se noi siamo nati in catene, se siamo nati in una prigione, fino a quando non proviamo a uscire e ci accorgiamo che è difficilissimo, non abbiamo alcuno strumento per capire di essere nati dentro un carcere. Fino a quando stiamo zitti e buoni dentro la nostra prigione tutto fila liscio, solo quando tentiamo di superare il muro perimetrale, e non ci riusciamo, comprendiamo che non siamo liberi e non lo siamo mai stati.
Attraverso il persistente sforzo teso al ricordo di sé si produce una trasmutazione alchemica che consente di costruire i "corpi sottili" e di trasferire in essi la nostra coscienza. Tali corpi sopravvivono alla morte del nostro corpo fisico. Stiamo quindi parlando di sopravvivenza alla morte e successivamente di « immortalità assoluta ».
Il nostro obiettivo consiste nel lavorare alla fabbricazione dei "corpi sottili", e al trasferimento della coscienza dalla mente al Cuore, dove risiede il nostro vero Sé. Ciò si ottiene grazie ai ripetuti sforzi tesi verso il ricordo di sé, il controllo dell'immaginazione negativa, la trasmutazione delle emozioni negative in emozioni superiori (le emozioni del Cuore) e il lavoro con l'energia sessuale.
Tuttavia è bene sottolineare che praticando tali metodi non ci stiamo limitando ad agire soltanto per il « corpo di gloria », poiché stiamo anche lavorando alla fissazione dei corpi "inferiori": l'« astrale » (o emotivo) e il « mentale », che nell'uomo ordinario non sono interamente sviluppati. Del « corpo mentale » si parla poco e anche io non mi soffermerò sulla costruzione di tale corpo, ma è bene si sappia che esiste questo passaggio intermedio fra il corpo astrale e il corpo dell'anima. La fissazione completa di tali corpi consente di ottenere poteri sovranormali.

(Parte Prima)

Fonte:Officina Alchemica