Cervello e pensiero, un'ipotesi



Chi l’ha detto che i pensieri nascano nel cervello? La scienza neurologica. E con quali prove? Ad esempio che le diverse aree del cervello mostrano attività crescente all’insorgere di determinati pensieri. O che, cervelli danneggiati, sembrano impossibilitati ad effettuare determinati tipi di attività mentale. Lo stesso sembra valere per i sentimenti, tanto che alcuni luminari pretendono di dimostrare che sentimenti quali l’amore altro non sarebbero che una serie di processi chimici che avvengono nella nostra scatola cranica.

Questo vorrebbe dire che con la morte del corpo fisico e dunque la cessazione delle attività cerebrali, l’individuo non sarebbe più in grado di avere un vissuto né mentale né sentimentale. Il che nega apertamente l’idea, antica quanto l’uomo, che la coscienza possa in qualche modo sopravvivere alla morte.

Eppure, come contraddire la scienza attuale, con tutti i suoi autorevoli esperimenti?

Forse basterebbe riconsiderare il problema cambiando la prospettiva. Immaginate per un attimo che non sia l’attività cerebrale a dare origine al pensiero, bensì, al contrario, che sia il pensiero a dare origine all’attività cerebrale. Che non siano le terminazioni nervose e quant’altro si muove nella nostra testa a darci una consapevolezza, bensì che la nostra consapevolezza stimoli e faccia muovere il nostro cervello… Questa idea, senza essere in contrasto con i test neurologici, ribalta completamente la visione che abbiamo dell’encefalo: da organo attivo come causa di un vissuto psicologico, a “decoder” passivo, interprete di tali processi sottili.

Se fosse il cervello a generare il pensiero, dovremmo chiederci come può la materia (in questo caso la materia cerebrale) originare l’astratto (come lo sono i pensieri e i sentimenti). In natura, il simile genera il simile. Come possono degli atomi, delle molecole, delle sostanze, mescolarsi in tal modo da formare qualcosa che sfugge totalmente dalla concretezza, come lo è il vissuto psichico di una persona?

Il fatto che il nostro cervello abbia delle reazioni a particolari attività mentali, non dovrebbe stupirci: non sarebbe l’unico organo del nostro corpo a farlo. Il cuore, ad esempio: il suo battito aumenta repentinamente all’insorgere di determinati pensieri. I polmoni: il respiro può farsi affannoso o disteso e rilassato, a seconda del vissuto emotivo. Lo stesso accade all’apparato digerente, che risente della rilassatezza o dell’agitazione emotiva; a quello riproduttivo, che reagisce agli stimoli erotici anche immaginari, ecc. Tutto il nostro corpo risente di ciò che la nostra coscienza vive, e lo manifesta in moltissimi modi.

Ma il fatto che il cuore si metta a battere più forte se pensiamo ad una persona che amiamo o, al contrario, a qualcosa che ci fa paura, non significa che è il nostro cuore a generare amore e paura! Come non sono i polmoni a generare la causa dell’affanno!

Perché allora proprio il cervello dovrebbe essere responsabile dei pensieri?

Il fatto che un cervello danneggiato non possa svolgere certe funzioni mentali, indica soltanto che un individuo il cui corpo presenta quei danni non riceve e non può applicare certe funzioni mentali.

Un liquido, assume la forma del suo contenitore: perché non può valere lo stesso per il pensiero, che assume la forma (le capacità) del cervello che lo deve ospitare? Potremmo allora concepire il cervello come l’organo fisico che permette la comunicazione del pensiero con il nostro corpo. Se un cervello è danneggiato, la coscienza non potrà comunicare al corpo fisico alcune cose, e questa potrebbe essere la semplice spiegazione di cosa significhi handicap cerebrale. Inevitabile l’analogia con qualsiasi mezzo di comunicazione inventato dall’uomo (poniamo un telefono): se l’apparecchio è danneggiato, la comunicazione risulterà alterata, e l’entità di questa alterazione sarà direttamente proporzionale al danno dell’apparecchio. Se l’apparecchio potesse essere riparato, la comunicazione potrebbe avvenire senza intoppi; così come, se un cervello potesse essere curato, l’handicap non sussisterebbe.

Il fatto che, come è stato più volte accertato e sperimentato, alcune sostanze chimiche possano avere determinati influssi sullo stato d’animo di una persona (gli psicofarmaci ad esempio), non dimostra che sia la chimica ad originare i pensieri. Se, come abbiamo ipotizzato, fosse il pensiero a comunicare al cervello e non viceversa, questa comunicazione dovrà per forza avvenire grazie ad un sistema di comunicazione, che potremmo definire un codice, un linguaggio che renda possibile l’interazione della psiche sul corpo. Trattandosi, nel nostro caso, di un linguaggio chimico, è naturale che, le sostanze che servono a garantire questa comunicazione (es., gli ormoni), produrranno determinati effetti e non altri. Di conseguenza, se queste sostanze verranno immesse nell’organismo da cause esterne (es., i medicamenti), è chiaro che il corpo reagirà come se quegli stimoli fossero stati dettati dalla psiche.

Oggi si crede che gli ormoni determinino alterazioni emotive (es. negli adolescenti, nelle donne incinte, in menopausa, ecc.). Ancora una volta, ci si potrebbe chiedere se la cognizione non andrebbe ribaltata: se non fossero, al contrario, le alterazioni emotive a scatenare la produzione di certi ormoni…

Un’altra questione molto importante correlata al nostro discorso, è quella della coscienza unica e delle coscienze individuali. Diverse correnti filosofiche e mistiche, nella storia hanno sostenuto che esista un’unica coscienza universale e che l’individualizzazione di questa coscienza potrebbe non essere altro che una sorta di “illusione” da noi percepita. Inutile dire che la scienza attuale, la quale, come detto, si basa sulla convinzione che la coscienza sia un prodotto cerebrale, non contempla questa ipotesi; esclusi forse i fisici quantistici, le cui conclusioni sembrano oggi avvicinarsi molto alla dottrina delle antiche scuole misteriche.

Se è il pensiero ad agire sull’encefalo e non il contrario, questo “pensiero” potrebbe non essere qualcosa che ha origine dall’individuo, bensì qualcosa di esistente indipendentemente da esso.

Oserei dire che la teoria di una coscienza unica risulta anche armonizzarsi molto meglio con la scoperta scientifica che la materia di base dell’universo è unica, e che i diversi corpi altro non sono che diversi assembramenti di particelle assolutamente identiche fra di loro (riecco la fisica quantistica).

Se, di fatto, esistesse un’unica coscienza, e questa dovesse individualizzarsi e frammentarsi nei diversi esseri, potremmo ben paragonare la sua frammentazione all’evoluzione dei fringuelli di Darwin. Darwin, osservò che i fringuelli che popolano le diverse isole delle Galapagos, si sono differenziati nel tempo, ognuno per adattarsi all’ambiente della propria isola; formando così specie diverse. Allo stesso modo dovrebbe fare una coscienza universale per frammentarsi ed individualizzarsi: adattarsi in tutto e per tutto all’ambiente (individuo) che dovrà ospitarla.

La teoria della coscienza unica, può anche essere spiegata con l’analogia della corrente elettrica: da una centrale elettrica, la corrente si propaga attraverso gli edifici di un centro abitato. Arrivando nei singoli edifici, la corrente si manifesterà in modo diverso a seconda degli apparecchi che andrà ad alimentare. Così, la coscienza unica, propagandosi nei singoli individui, si strutturerebbe e manifesterebbe in modo diverso e adatto ai mezzi e la natura dell’individuo che andrebbe ad “occupare”.

Questo potrebbe valere non soltanto per quelli che la scienza considera “esseri viventi”. La coscienza potrebbe penetrare anche la cosiddetta sostanza inorganica, semplicemente a livelli ed in modalità differenti. Il “modo” di penetrare la materia da parte della coscienza potrebbe essere determinato, appunto, dal tipo di organo o struttura preposta alla sua “accoglienza” (come, nel caso degli animali, il cervello). Le piante, tanto per fare un esempio, non possiedono un cervello ma è dimostrato che abbiano un certo grado di “vissuto psichico”. Questo a riprova del fatto che il sentimento e il pensiero possano esistere indipendentemente dall’organo cerebrale.

Ora: se la natura dei pensieri e dei sentimenti viene determinata dalla struttura individuale in cui la coscienza universale viene incanalata, ci si potrebbe chiedere se questa coscienza universale abbia dei pensieri e dei sentimenti propri. Ancora una volta, credo che l’esempio della corrente elettrica possa prestarsi al caso nostro: l’elettricità che, indifferenziata, scorre nei fili ad alta tensione, è un’energia in grado di compiere un lavoro. Ma per trasformare questa potenzialità in un lavoro in atto, questa corrente dovrà andare ad alimentare un apparecchio specifico.

Allo stesso modo, forse, la coscienza universale andrebbe intesa come un’energia indifferenziata che contenga la potenzialità di ogni pensiero ed ogni sentimento, senza essere alcun pensiero o sentimento in atto se non quando la coscienza incontra un individuo che sia in grado di compiere questa trasformazione.

Il cerchio nel cerchio

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La proiezione della nostra vita attraverso uno schermo sarebbe la perfetta riproduzione di un’infinità di cerchi concentrici, ognuno dei quali è simbolicamente parte di un solo ed unico punto. Le stesse esperienze, sono una serie di prove concentriche ripetute decine e decine di volte. L’idea di aver compreso il senso di ciò che avviene, spesso viene smentito dal ripetersi delle stesse dinamiche, come se queste fossero proprio li a testare la nostra condotta di vita. Impariamo ad amare, a soffrire, a giocare, a perdonare e infine ad accettare ogni manifestazione di questo grande gioco. Difficilmente riusciamo a mantenere lo sguardo del bimbo che vive in noi, la meraviglia gratuita che si prova a guardare la vita con occhi puri e innocenti, a fidarsi di ognuno incroci la nostra giornata, senza calcoli e aspettative di nessun genere. Sarebbe come giocare senza regole, consapevoli che ciò che può far male è solo una nostra proiezione, una scheggia che penetra la nostra anima solo se noi ci identifichiamo con uno schema mentale di dolore e frustrazione. Quando non c’è nulla da giudicare, quando si è felici di essere ed esistere semplicemente perché si sente di essere parte di qualcosa di molto più grande, allora ogni compito, ogni obiettivo perde significato e sostanza. Nell’apparente abbandono della lotta, si conquista il centro di un cerchio sempre più unificato con il solo battito universale.

Come un sasso lanciato nell’acqua genera cerchi concentrici che si espandono, così la nostra vita si apre alle esperienze e si espande fino al punto in cui in noi accade qualcosa di inaspettato. La vera nascita dell’essere che vive in noi, la nascita dell’essenza che anima il nostro corpo inverte la rotta e inizia il percorso contrario per cercare di ritornare al punto che genera il flusso infinito di onde. Il cammino è controcorrente perché in noi esistono dei blocchi difficili da aggirare e superare, ostacoli creati ad arte da noi stessi per comodità e per paura. A volte questi ostacoli si nutrono di forze esterne a noi, che non fanno altro che amplificare la loro forza. A volte basta semplicemente rendersi conto che tutto è illusorio, che non siamo tutto questo, non abbiamo bisogno di capire e risolvere, a volte serve solo sapere che dentro di noi c’è sempre la vera saggezza che conduce all’unità, che in noi c’è il seme di Cristo che attende di crescere e dare i suoi frutti. A volte è solo necessario osservare con un bel sorriso stampato sulle labbra…

Fonte: http://freenfo.blogspot.com/2010/09/il-cerchio-nel-cerchio.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Freenfo+%28Freenfo%29

Consapevolezza (Parte 2)



Identità

Mi sembra, quindi, evidente come la consapevolezza non sia un punto fermo, un obbiettivo, una meta, bensì un viaggio ininterrotto verso se stessi. Ma chi siamo davvero? Ecco, la nostra vera identità non è l'insieme degli atti compiuti nel passato, ovvero i condizionamenti subiti, ecc. Qualunque identità è solo un'interfaccia tra ciò che siamo realmente – qual'é il fine della meditazione se non realizzare la propria vera natura? – e un'interminabile serie di apparenze.

Dicevo prima, la consapevolezza è una freccia a due punte. Da una parte ci aiuta nell'efficienza, cioè nella vita pratica, dall'altra e in maniera molto sottile ci sospinge verso noi stessi. Non serve liberarsi dalle identità, sarebbe solo un gioco interminabile. Le identità sono fittizie e cadranno da sole allorquando riusciremo ad avvicinarci anche alla nostra interiorità e quindi a tendere verso la completezza. Quel riflusso di sogno che straripando distorce perfino le constatazioni più semplici svanirà gradualmente.

La consapevolezza non è un dato di fatto, ma un processo e per giunta discontinuo. Non esiste un punto d'arrivo, ma solo il fluire, non esiste la corsa, ma semplicemente il correre, e non c'è nemmeno la meditazione, ma solo il meditare. Il segreto? Qui e ora passato, presente e futuro si dispiegano all'unisono. Qui e ora finanche la coscienza perde le sue caratteristiche più abituali e diventa simile ad un flusso di energia.

Felicità

Compiuta consapevolezza è già, di per sé, piena felicità. Anzi, l'unico modo per essere prevalentemente e spontaneamente gioiosi è adoperarsi consapevolmente ...

Mi chiedo, se nel vasto mondo di cui abbiamo oramai, seppur in modo alquanto indiretto, ampie e puntuali conoscenze, come nel proprio minuscolo cantuccio esistenziale, c'è così tanta sofferenza, perché adoperarsi per divenirne consapevoli? Non sarebbe meglio ricercar prontamente e con maggior dedizione, una qualche forma di oculata felicità?

Il problema è che se cerchi la felicità, o meglio la gioia, essa ti sfugge perché l'atto stesso di ricercarla ti decentra da te stesso spostandoti all'esterno verso il piacere effimero e contingente che inebria, ma è temporaneo, transuente.

Consapevolezza di te stesso, si, delle tue azioni, di ciò che sei e non sei, di quanto hai realizzato o desideri ottenere. Gioco, un gioco che rilassa, non t'impegna per vincere, ma partecipare e ti dona un'energia che scaturisce dalla tua interiorità più profonda. Dapprima ne intravedi pallidi bagliori, poi la percepisci a tratti ed infine la vivi come se tu stesso fossi quella gioia. Ed è questo l'ultimo ostacolo. Quando ci sei tu non c'è la gioia, quando c'è la gioia tu, cioè il tuo ego, non ci sei.

Gioia è iniziare a condividere. Aiutare gli altri senza attendersi alcunché in cambio. Gioia è pregare o meditare per ringraziare. E se non v'è apparentemente nulla per cui ringraziare allora gioia è anche il solo respirare. ....

Moralità

Consapevolezza è agire di conseguenza. Altrimenti sarebbe solo come se fossimo belli, ma parecchio bisunti, si svegli, ma oltremodo ubriachi ...

Chi è davvero consapevole non può arrecar volutamente danno. Se lo fa, oppure ha bisogno di regole, significa che è addormentato. Il vero distinguo, la vera bussola morale dei cosiddetti valori spirituali dovrebbe essere la consapevolezza.

Se sono consapevole non faccio guerre e se qualcuno minaccia davvero la collettività in cui vivo allora non ci penso su due volte e reagisco senza teorizzare o giustificarmi di nulla. Se adduco eccessive ragioni sto solo subdolando un misfatto.

Se sono consapevole riconosco la menzogna di primo acchito, anche se proclamata da qualche pulpito.

Se sono consapevole non riesco a rubare, a mentire, ecc., perché in tal caso saprei benissimo che ruberei o mentirei a me stesso.

Tuttavia è difficile, se non impossibile, che le autorità religiose istituzionali dicano espressamente alla gente di svegliarsi, prestare attenzione, sforzarsi di essere consapevoli. Perché se la gente si svegliasse davvero non valuterebbe più solo secondo i propri tornaconti, ma saprebbe che se tu, amico mio carissimo, soffri, allora soffro anch'io; se non hai lavoro, non ce l'ho nemmeno io; se non hai una casa allora anch'io ne sono privo, non v'è nulla che possa ripararmi davvero; se non hai da mangiare sarò sempre interiormente affamato e non ci sarà mai e poi mai nulla che riuscirà a soddisfarmi sul serio.

Allora ricercherò delle regole che riescano a compensare questa terribile carenza. Per supplire alla mia mancanza di compassione. Queste regole le chiamerò strumenti etici, dispositivi morali, i quali serviranno solo a coprire l'immensa e comodissima ipocrisia in cui mi piace vivere.

Non so se mi spiego, consapevolezza! Naturalmente tieni ben presente che la libertà promossa dalla consapevolezza richiede sempre maggior responsabilità.


Epilogo

Chi siamo, consapevolezza senza limiti? Confinati temporaneamente in quest'aggregato impermanente. Oppure il sogno di un dio giocherellone? Ma perché tanti dubbi? La realtà non è sufficiente? La realtà è così spirituale che il mio unico dubbio riguarda la materia, la materia in quanto tale.

Il vascello è pronto. Ci sono persone meravigliose disposte ad ascoltarti. Il biglietto ha un solo prezzo. Osserva, leggi, ma infine segui, soprattutto, la consapevolezza. La medesima che dapprincipio ritenevi esser tua, ma che alla fin fine si rivela come la consapevolezza del cosmo intero ... la consapevolezza è la suprema sorgente.

Fonte: http://www.meditare.it/contents/consapevolezza.htm

Consapevolezza (Parte 1)



Condizionamenti

Se poni domande del tipo – come si fa ad essere consapevoli? – evidentemente è scoccata in te una qualche scintilla, un campanellino, o come minimo un dubbio. Ebbene questo è l'inizio della consapevolezza. Cioè il chiedersi se il percepito corrisponda davvero alla realtà, ovvero se non sussista un qualche tipo di condizionamento che corrode o deforma i nostri giudizi. Ne segue che prima di chiedersi come diventare più consapevoli ci si dovrebbe interrogare se siamo davvero liberi (spiritualmente) o se subiamo passivamente come banali recipienti utili solo a reagire, all'occorrenza, secondo canoni prestabiliti e predefiniti.

Se vuoi cominciare ad essere consapevole dovresti iniziare a dubitare in modo costruttivo su quanto senti, leggi, percepisci, in modo da cercare di discernere il vero dal falso, il giusto dall'ingiusto, il bello dal brutto, il buono dal cattivo, ed andare al di là di questo dualismo. Tuttavia spiegarlo dettagliatamente sarebbe troppo, non si tratta di formule predefinite.


Presenza (di spirito)

Consideriamo gli stati di coscienza. In genere pensiamo subito alla "veglia", al "sogno", e al "sonno profondo" senza sogni. Ma ce n'è un quarto, "Turiya", uno stato al di là del sonno, come del sogno, quanto della veglia ordinaria. Turiya, lo stato di consapevolezza.

Consapevolezza è il quarto stato, totale presenza di spirito, una qualità dell'attenzione tale da comprendere la situazione nei dettagli, secondo i suoi risvolti più intimi, sottili.

La consapevolezza è come una freccia a due punte. Nel momento stesso in cui ci rivolgiamo diligentemente all'esterno, diveniamo coscienti di noi stessi. Viceversa, se osserviamo noi stessi, i nostri pensieri più intimi – secondo un processo di autoconoscenza che indaga le cause e ne rileva, senza congetturare alcunché, gli effetti – diverremo capaci di comprendere meglio il mondo esterno, tutto ciò che a prima vista sembra altro da noi, estrinseco.

Iniziamo dalla circostanza più ovvia, il nostro modo di rapportarci all'ambiente, la cura che gli dedichiamo. Prefiggersi una retta attenzione è sicuramente vitale. Tuttavia non si tratta di un imperativo. Dei brevi periodi di distrazione sono quasi scontati. Le reazioni meccaniche sono sempre in agguato. Ma qualcosa dentro di noi tenta di richiamarci discretamente alla realtà, al presente! Nel momento stesso in cui ci accorgiamo di essere stati distratti abbiamo come un sussulto d'orgoglio che ci riporta rapidamente indietro, verso noi stessi. La nuova qualità dell'attenzione che quindi subentra è più viva: un lieve stato di concentrazione che taluni definiscono "presenza di spirito", la chiave di volta della consapevolezza. Chiaramente, se svolgiamo le nostre mansioni con gioia l'interesse rende tutto più semplice.


Distrazioni

Considera le distrazioni come occasioni per ridiventare più attento. Quando procedi in modo ipnotico o semi-addormentato, lì per lì non te ne rendi conto. Ma se t'avvedi d'esser stato svagato o sventato allora è un buon punto di ripartenza verso la consapevolezza.

Proseguiamo valutando la dimensione interiore. Un semplice spunto. Considera i pensieri come le increspature superficiali di un laghetto causate, ad esempio, dalla caduta di un sasso che provoca delle lievi onde concentriche. Se ti fermi ad osservare la mente-specchio lacustre, ovvero i pensieri-onde, ti accorgerai che il tutto si placherà da sé, senza sforzo, ma solo pazientando appena pochi minuti.

Tale approccio è relativamente utile per poter guardare dentro di sé, più in profondità. Eppure non tutti sopportano questa pur semplice indagine. Talvolta capita di dover affrontare il riemergere di tante situazioni represse nel tempo con il risultato che, invece di calmarsi e veder lenita la propria sofferenza esistenziale ci si ritrova in una situazione di ancor maggiore disagio.

Una via d'uscita consiste nel rendersi conto direttamente del proprio stato naturale, cioè una consapevolezza così immediata, subitanea e puntuale da riuscire a vedere che – è solo un esempio – cielo e terra non sono affatto separati; dentro e fuori di noi esistono già tutte le risorse per attualizzare le nostre potenzialità.

Fonte:Meditare.it

L'ONDA E IL MARE SONO UNO



Il maestro Thich Nhat Hanh ha scirtto:"l'onda conduce l'esistenza di un onda e al tempo stesso anche quella dell'acqua".Lo zen insegna che il nostro se' all'apparenza separato è come la singola onda che si alza e scende nel grande oceano dell'Essere. Al pari di un'onda, noi veniamo sospinti in avanti dalle profondi correnti della vita.Se sperimentiamo solo l'aspetto piu esteriore e superficiale delle cose, ci illudiamo di essere l'onda e veniamo sballottatidalla vita, oppressi dal terrore di andare a sbattere contro la spiaggia rocciosa.Se sperimentiamo la profondità delle cose, ci rendiamo conto di essere l'intero oceano, e qualunque forma di ansia scompare....le onde vanno e vengono, ma l'oceano rimane...

Koan Zen

La meditazione della rana zen



La rana zen si recò dal suo prezioso e stimato maestro per chiedergli ragguagli sulla sua pratica meditativa.

- Maestro – esordì – ho la sensazione d'attraversare un acquitrino disgustoso e irto di pericoli. Sono aggressiva. Il mio livello di sopportazione è diminuito parecchio. Basta un nonnulla e mi irrito. Sono così confusa che non riesco più a meditare. Che fare?

- Chiariscimi un po' la tua meditazione. - Cos'è che ti ho insegnato, figliola?

- Maestro – replicò prontamente la rana, evidentemente contenta dalla piega presa dall'insolito discorso – la mia meditazione consiste nell'osservare il respiro, l'aria che entra, quella che esce, le pause. Prendo atto di tutto ciò che accade. Osservo, persino, la difficoltà che provo talvolta a respirare, nonché la paura nel sentirmi più libera, centrata e in sintonia con l'universo quando il respiro diventa prima più fluido, poi via via impercettibile. Ci sono momenti in cui la mia osservazione si fa più precisa. Non osservo più le fluttuazioni del respiro, bensì la mente stessa che genera l'impulso a respirare.

- Figliola, cos'è la meditazione?

- La meditazione vera e propria mi accede quando i pensieri si fermano da sé.

- Perché sei così suscettibile? Rispondi subito!

La rana divenne perplessa. Il maestro l'interrogava sulla soluzione ai suoi stessi problemi. Ma non era lui che avrebbe dovuto risponderle? Tuttavia, senza nemmeno rifletterci ...

- Sono troppo presa dai pensieri. Mi affidato troppo alla mente. Persino i miei giochi si sono trasformati in esercizi mentali.

L'ombra di un rude bastone pronto a colpire si stagliò sull'acciottolato sconnesso dello splendido giardino in cui sedevano.

- Che suggerisci? L'incalzò il venerabile.

- Più contemplazione, maestro. Ammirare in silenzio il sole che sorge. Tener conto della natura. ...

- Non basta. Spingiti oltre!

- Ammirare il cosmo, il creato, l'increato. Ciò che c'era e non esiste più. Quello che potrebbe accadere, ma non avverrà mai. Percepire il presente.

- Non basta. Spingiti oltre!

- Contemplare ciò che non ammette replica. Argomentò sorridente la rana.

E piovve.

Fonte:http://www.meditare.it/racconti/la-meditazione-della-rana-zen.htm

L'ANALISI E LA SINTESI di AIVANHOV



"L'analisi è una discesa nella materia mentre la sintesi è un'ascesa verso lo spirito.
Più si sale, più sfuggono i dettagli delle cose, ma in compenso appare l'insieme e si
percepisce una maggior quantità di fatti e di oggetti; più si sale, più si è obbligati a fare la sintesi.
Grazie a tale sintesi si giunge ad un'unità. poichè si scopre in un principio unico il legame che esiste fra ogni cosa, ed è così che si va verso il sapere.
Il sapere consiste nel guardare da un punto più elevato per avere una visione che spazia su tutte le cose: sapere che apporta potenza, salute e gioia.
La potenza, la gioia e la salute si ottengono solo attraverso l'unificazione di tutte le energie, la loro convergenza verso un'unico punto, là dove non esiste più alcuna biforcazione."

Senza dubbio, questo modo di comprendere l'analisi e la sintesi vi sorprenderà,
poichè mai nessuno le ha definite in questi termini. Tuttavia, la definizione è esatta.

L'analisi è una discesa nella materia; per poter analizzare le cose, una volta entrati in possesso delle stesse, le si deve scomporre per consentirne uno studio approfondito.

Ma a poco a poco la separazione degli elementi finisce per causarne la morte. La
morte, d'altronde, altro non è che l'analisi perfetta.

Quanto alla nascita, questa è, invece, una sintesi: gli elementi si raccolgono,
formano un'unità, ed ecco che nasce il bambino! La nascita del bambino è il simbolo della sintesi di tutte le energie e di tutte le particelle della materia..

La sintesi è la vita, l'analisi è la morte

Ecco perchè la tendenza all'analisi, attualmente così diffusa, è pericolosa.

Per dare un esempio, tutti gli specialisti sono degli analisti.

Essi si fermano su un soggetto, su un organo, trascurando tutto il resto, cioè l'insieme dell'essere umano o dell'universo. Essi marciano quindi verso la morte. E' vero che la specializzazione è necessaria; gli specialisti che conoscono bene i particolari sono necessari.

Ma continuando ad analizzare, si finisce per non vedere più l'insieme.

La scienza lavora sempre più nel campo dell'analisi e scopre delle particelle della
materia sempre più minuscole. Essa scompone, sposta, disintegra....

E' in questo modo che vuole conoscere anche l'essere umano: scomponendolo,
facendolo a pezzi. Tale tendenza alla separazione è fortemente affermata,rinforzata e sottolineata dovunque nelle scienze, tanto da portare a cambiamenti anche nella vita morale, spirituale:
ognuno vuole separarsi. isolarsi dagli altri, ed è così che nascono le ostilità, i partiti e le guerre...

Ecco qual'è il risultato dell'analisi.

E se prendiamo in considerazione le nazioni, notiamo che il patriottismo è molto
spesso una manifestazione di questa filosofia dell'isolamento universale.
Tutti propendono verso l'analisi: DIVIDERE, SEPARARE, SPOSTARE, LACERARE.
Perfino nelle famiglie, tutti sono diventati talmente analitici da non sopportare più
nulla, sempre pronti come sono a spaccare il capello in quattro: madre e padre,
genitori e figli....
Non hanno compreso che si deve tendere verso la sintesi, in quanto la sintesi è amore,
comprensione, intesa.

L'amore è una sintesi: quando si ama, si vuole sempre avvicinare, riunire,
raccogliere.

Mediante l'analisi si impara, mediante la sintesi si sente, si vive.

Quando incontrate qualcuno, cominciate subito ad analizzarlo: il suo naso, la sua
bocca, i suoi movimenti...le caratteristiche, i difetti, la professione, quanto
guadagna....

Mentre quando amate, non volete sapere nulla di tutto questo; voi amate la persona
così com'è, sentite tutto il suo essere e vibrate all'unisono con essa; questa è la sintesi.

Se invece in certi momenti vi accade di essere irritato contro di lei, immediatamente subentra l'analisi e la fate a pezzi.

Poi quando l'amate di nuovo, la perdonate perchè ritornate a vederne l'insieme e
dimenticate i dettagli.

La sintesi non si sofferma sulle piccole cose, al contrario dell'analisi che non soltanto vi dà importanza, ma le ingrandisce al punto da bruciare tutta la coperta per uccidere una pulce.

Per un piccolo difetto da nulla si distrugge una persona.
In realtà quella creatura è figlia di Dio, ma ciò non importa, non è quello che in quel momento
si vuol vedere e si nota solo il difetto.

Origine dei pensieri



"Cerca il Sè con la meditazione in questo modo. Segui ogni pensiero sino alla sua origine".

"«Ci si chiede: in chi sorge questo pensiero?». E se la risposta è «Nell'io», ci si libera dal pensiero chiedendosi: «Chi è questo io e qual'è la sua sorgente?»".

"Man mano che i pensieri sorgono dovrebbero essere distrutti immediatamente, nel momento stesso della loro origine, attraverso l'indagine [...]. Finché ci sono nemici all'interno del forte, continueranno a dare battaglia; se sono distrutti mentre si alzano, il forte cadrà nelle nostre mani".

Fonte:oradimeditazione.net