Illuminazione - Chogyam Trungpa



Un improvviso lampo di illuminazione non ha bisogno di preparazione, non richiede un sistema educativo. È natura innata, che non dipende affatto da alcun corso di formazione. L'intero concetto di aver bisogno di una formazione è un approccio molto debole, perché implica che non possiamo avere in noi il potenziale e che, pertanto, dobbiamo renderci migliori di quel che siamo: dobbiamo cercare di competere coi maestri o con gli eroi.

Così cerchiamo di imitarli, credendo che, alla fine, con qualche cambio di marcia del processo psicologico, potremmo riuscire a diventare loro. Anche se in realtà non siamo loro, crediamo di poterlo diventare solamente imitando, facendo finta, raccontandoci costantemente che siamo ciò che non siamo.

Ma quando si verifica questo improvviso lampo di illuminazione, quest'ipocrisia non esiste. Non dovete fingere di essere qualcosa. siete qualcosa. Avete alcune tendenze già presenti in voi, in ogni caso. È solo questione di metterle in luce.

Fonte:http://www.meditare.net/drupal/illuminazione-di-chogyam-trungpa

Come ci si comporta con i rumori?



Una volta un allievo del centro Zen di Cambridge disse a Dae Soen Sa Nim: “Mentre medito – mentre pratico la meditazione – mi sento spesso disturbato dai rumori. Cosa posso fare?”DSSN disse: “Che colore ha questa coperta?”
“Blu.”
“È piacevole o fastidiosa?”
“Piacevole.”
“Chi la fa piacevole?”
L’allievo scosse le spalle.
DSSN disse: “Tu la fai così. Fastidiosa o piacevole sono fatti dal tuo pensiero. Pensi che qualcosa sia fastidioso ed allora è fastidioso. Pensi che sia piacevole ed allora è piacevole. Fastidioso non è proprio fastidioso, piacevole non è proprio piacevole. Il vero silenzio non è né piacevole né fastidioso. Se senti i rumori con la mete chiara, senza alcuna proiezione, allora non sono più rumori, allora, è solo quello che è. Piacevole e fastidioso sono opposti. L’assoluto è solo semplicemente così.”
Per qualche attimo regnò il silenzio. Quindi DSSN chiese: “Qual’è l’opposto di blu?”
L’allievo rispose: “Non lo so.”
DSSN disse: “Blu è blu, bianco è bianco. Questa è la verità.”

Seung Sahn sunim

Fonte:bodhidharma.info

Grazia Brocchi, "Preziosità coscienziale"

La prima pietra d’inciampo in cui mi imbatto, meditando un commento alla collezione “Preziosità coscienziale”, è la definizione del tipo di opere d’arte che la compongono. L’etichetta, insomma, da usare per iniziare a descrivere queste opere. Di “quadri” non si tratta. Di “statue” nemmeno. Definirli “gioielli” mi pare inappropriato; e il termine “bassorilievi” mi sembra altrettanto fuorviante, o di certo poco significativo.

Già con la collezione “Immanenza grafica” (2008), mia madre, Grazia Brocchi, presentava una forma di elaborato artistico difficilmente inquadrabile in un filone definito, che univa la fotografia, l’elaborazione digitale, il collage con diversi materiali; per il quale ho coniato il termine “digitart multimaterica”. Un’originalità espressiva che veniva confermata con i quadri della collezione “Squarciando il velo” (2009), in cui al dipinto acrilico si aggiungeva il collage tridimensionale.

Ma credo che “Preziosità cosicenziale” valichi una soglia ulteriore in questa esplorazione di nuove forme di espressione artistica. Semplificando molto, possiamo dire che si tratta di statuette di terracotta, dipinte e decorate con gemme sintetiche e mosaici, ed applicate a mo’ di bassorilievo su lastre di plexiglas, a loro volta fissate su piattaforme laccate bianche ed incorniciate da più o meno complesse lavorazioni e decorazioni in vetro colorato. Essendone autrice mia madre, ed avendo io perciò avuto la fortuna di assistere personalmente alla maggior parte delle fasi di creazione delle opere, posso affermare che il lavoro che porta alla nascita di ciascun elaborato è certosino. La minuzia necessaria, impressionante. Un lavoro del quale sicuramente ci si può rendere conto soltanto apprezzando queste opere nei dettagli, con la pazienza e la devozione che si potrebbe dedicare all’esame di un diamante raro.

Ma il problema relativo alla “definizione”, risulta secondario rispetto all’affrontare la collezione “Preziosità coscienziale” sul piano concettuale, del suo significato. L’ostacolo maggiore nell’interpretazione simbolica, è che l’opera di Grazia Brocchi si presenta sempre come carica di simboli, ma di simboli che necessitano un tipo di esegesi diversa da quella comunemente applicata. Cerco di spiegarmi meglio: nel mio lavoro di studioso di simbologia, sono abituato ad indagare “cosa vogliono dire” le immagini, qual’è il loro significato alla luce di un’interpretazione razionale. Ogni simbolo “spiega” qualcosa alla nostra mente, e il mio compito è quello di capire cosa. Tuttavia vi sono dei casi, e “Preziosità coscienziale” è uno di questi, in cui il ruolo primario del simbolo non è quello di insegnare qualcosa, bensì quello di far provare una certa emozione, un sentimento particolare. Cosa significa? Che i diversi simboli utilizzati da Grazia Brocchi nei suoi elaborati, non sono scelti tanto per la loro semantica, la loro interpretazione non passa attraverso la preparazione culturale o il ragionamento; bensì, sono scelti poiché esprimono delle sensazioni. Per capirle, non serve creare collegamenti concettuali, immaginare rimandi storici o mitologici, citazioni o linguaggi codificati; poiché il vero linguaggio di queste opere vuole comunicare alla nostra sensibilità, potremmo dire alla nostra anima.

Certo, molti dei simboli utilizzati sono archetipi celebri e quasi onnipresenti: sole e luna, albero, unicorno, stella, rosa, uovo; ma l’impiego di un così vasto e “dotto” apparato simbolico risulta in realtà subordinato all’ispirazione dell’autrice, e non andrebbe letto per quello che la tradizione pretenderebbe di insegnare. I veri simboli in questo caso sono i colori, la materia, la luce; i gesti, gli sguardi e le smorfie delle diverse creature… Sono simboli che parlano al sentimento. È a causa loro se non possiamo impedirci di rimanere incantati dal mutevole rifrangersi di riflessi iridati prodotto dalle gemme, ed essere trasportati da questi paesaggi onirici, questi personaggi che sempre ci osservano con i loro occhi dai mille bagliori.

La particolare tecnica impiegata, è stata elaborata dall’autrice per ottenere un effetto cromatico insperabile con i metodi di colorazione tradizionali (tempera, olio, acquarello…), considerati dall’artista come “colori morti” in rapporto al risultato permesso dall’unione di gemme sintetiche, vetri, polveri e colle brillanti multicolori; che attraverso la luce sembrano elevare il colore alla sua essenza pura, trasfigurarlo in un distillato vivace e radioso, pulsante, quasi “vivente”.

L’aspetto finale, iridato e sgargiante, sembra evocare la vernice liquida, lo smalto fresco. Chi osserva si sente trasportato in un racconto delle “Mille e una notte”, al cospetto di tesori fiabeschi (l’aspetto favolistico, del resto, sembra volutamente evocato dall’intera collezione).

Parlando dello stile, notiamo uno stratificarsi di esperienze derivate da epoche e civiltà diverse. Troviamo contributi di matrice antica, con richiami all’arte precolombiana, aborigena, africana, thailandese e celtica; non mancano poi riferimenti alle maschere del Carnevale di Venezia e persino (lo avevamo già constatato in occasione del commento ad “Immanenza grafica”) alle vetrate gotiche; il tutto trasfigurato da un gusto contemporaneo e talvolta futuristico.

Nelle diverse opere, oltre all’inusuale unione di terracotta e gemme, notiamo la compresenza di figure umane, animali e soggetti tratti dal mondo vegetale o dal firmamento. Abbiamo così da un lato la ricerca di una consapevolezza in cui spirito e corpo non siano più disgiunti (dove la terracotta sta per la realtà fisica e le gemme per quella metafisica); e dall’altro la proposta di “ecosistemi della coscienza” in cui ogni organismo viene considerato parte di un tutto: uomo, animale, fiore o stella, ogni cosa è vista come cellula di un paradiso terrestre che è già intorno a noi e dentro di noi.

Importante il ruolo dato al femminile, che nelle composizioni sembra predominante: sia per quel che concerne il gusto d’insieme, sicuramente più vicino alla sensibilità femminile che non a quella maschile; sia per la maggioranza di soggetti femminili che si può riscontrare, soprattutto tra le figure umane. Tuttavia, il maschile non viene escluso o declassato, né si può dire che le opere veicolino messaggi “femministici”: è, invece, il lato femmineo dell’animo ad essere chiamato in causa, come sede privilegiata del sentimento creativo e affettivo, vettore dell’evoluzione personale.

Grazia Brocchi, immagina queste “tavole” come un percorso della coscienza (privo di un ordine di successione prestabilito; ma adattantesi alla progressione individuale), in cui ogni opera rappresenta un particolare sentimento (od un’associazione di sentimenti) che condurrebbe, secondo l’autrice, all’ottenimento di una rinnovata “preziosità”, o ricchezza interiore. I bassorilievi sarebbero in qualche modo la rappresentazione visiva della coscienza futura, dell’umanità di domani.

Una coscienza che Grazia Brocchi immagina fatta di semplicità, autostima, felicità, edonismo. Ma con edonismo non si intenda, qui, soltanto la ricerca del piacere sensibile immediato, bensì anelito ad un “piacere” di significato più elevato, interiore, infantile, espressione di serenità e appagamento psicofisico.

Non si tratta però della ricerca di una stereotipata “ingenuità”, né di un’esaltazione del pensiero ottimista ad oltranza; bensì forse di una raggiunta innocenza “lucida” nel confrontarsi al mondo nelle sue manifestazioni molteplici, espressione di una diversa maturità che predilige la coltivazione della felicità propria e altrui.

Questa la decodifica, se così si può dire, basata su interpretazioni espresse direttamente dall’artista:

I sentimenti concretizzati dalle singole opere potrebbero tradursi con l’affetto protettivo e materno (l’ancora); la percezione compiaciuta della propria unicità (il cigno); la capacità di apprezzare i doni (il sole); la consapevolezza che l’universo danza e ci culla nel suo moto, trasformandosi insieme a noi (la luna); la fortuna, la gioia dell’abbondanza (l’unicorno); il godimento della felicità (la paradisea); la rinascita costante, il mutamento, il rinnovamento (il pesce); l’attenzione amorevole, l’apprensione, la vigilanza (il gallo); la semplicità della mente, il pensiero infantile (il ragno); la tenerezza (la rosa); la leggerezza generata dalla stabilità (il pulcino).

In questo percorso è interessante sottolineare la visione rinnovata e antitetica di molti sentimenti rispetto al retaggio passato e ad un modus vivendi più incentrato sulla celebrazione del contegno e dell’automortificazione. La “coscienza nuova” proposta da Grazia Brocchi è fatta di esseri umani che non hanno paura di essere sereni, liberi da dogmi e scuole di pensiero, e soprattutto capaci di instaurare armonie e rapporti che vadano oltre il giudizio etico sociale. Armonie, modi di costruire il proprio esistere, basati appunto sulla coscienza del singolo. A questo vogliono alludere i tasselli di mosaico a specchio presenti in alcune tavole della collezione, come a dire che è l’individuo a dover considerare sé stesso e trarre da sé le conclusioni riguardanti il proprio agire. Non si tratta di velleità anarchica, ma della necessità di ricominciare a capire (con sé stessi) dove si è diretti nella vita.

Cervello e pensiero, un'ipotesi



Chi l’ha detto che i pensieri nascano nel cervello? La scienza neurologica. E con quali prove? Ad esempio che le diverse aree del cervello mostrano attività crescente all’insorgere di determinati pensieri. O che, cervelli danneggiati, sembrano impossibilitati ad effettuare determinati tipi di attività mentale. Lo stesso sembra valere per i sentimenti, tanto che alcuni luminari pretendono di dimostrare che sentimenti quali l’amore altro non sarebbero che una serie di processi chimici che avvengono nella nostra scatola cranica.

Questo vorrebbe dire che con la morte del corpo fisico e dunque la cessazione delle attività cerebrali, l’individuo non sarebbe più in grado di avere un vissuto né mentale né sentimentale. Il che nega apertamente l’idea, antica quanto l’uomo, che la coscienza possa in qualche modo sopravvivere alla morte.

Eppure, come contraddire la scienza attuale, con tutti i suoi autorevoli esperimenti?

Forse basterebbe riconsiderare il problema cambiando la prospettiva. Immaginate per un attimo che non sia l’attività cerebrale a dare origine al pensiero, bensì, al contrario, che sia il pensiero a dare origine all’attività cerebrale. Che non siano le terminazioni nervose e quant’altro si muove nella nostra testa a darci una consapevolezza, bensì che la nostra consapevolezza stimoli e faccia muovere il nostro cervello… Questa idea, senza essere in contrasto con i test neurologici, ribalta completamente la visione che abbiamo dell’encefalo: da organo attivo come causa di un vissuto psicologico, a “decoder” passivo, interprete di tali processi sottili.

Se fosse il cervello a generare il pensiero, dovremmo chiederci come può la materia (in questo caso la materia cerebrale) originare l’astratto (come lo sono i pensieri e i sentimenti). In natura, il simile genera il simile. Come possono degli atomi, delle molecole, delle sostanze, mescolarsi in tal modo da formare qualcosa che sfugge totalmente dalla concretezza, come lo è il vissuto psichico di una persona?

Il fatto che il nostro cervello abbia delle reazioni a particolari attività mentali, non dovrebbe stupirci: non sarebbe l’unico organo del nostro corpo a farlo. Il cuore, ad esempio: il suo battito aumenta repentinamente all’insorgere di determinati pensieri. I polmoni: il respiro può farsi affannoso o disteso e rilassato, a seconda del vissuto emotivo. Lo stesso accade all’apparato digerente, che risente della rilassatezza o dell’agitazione emotiva; a quello riproduttivo, che reagisce agli stimoli erotici anche immaginari, ecc. Tutto il nostro corpo risente di ciò che la nostra coscienza vive, e lo manifesta in moltissimi modi.

Ma il fatto che il cuore si metta a battere più forte se pensiamo ad una persona che amiamo o, al contrario, a qualcosa che ci fa paura, non significa che è il nostro cuore a generare amore e paura! Come non sono i polmoni a generare la causa dell’affanno!

Perché allora proprio il cervello dovrebbe essere responsabile dei pensieri?

Il fatto che un cervello danneggiato non possa svolgere certe funzioni mentali, indica soltanto che un individuo il cui corpo presenta quei danni non riceve e non può applicare certe funzioni mentali.

Un liquido, assume la forma del suo contenitore: perché non può valere lo stesso per il pensiero, che assume la forma (le capacità) del cervello che lo deve ospitare? Potremmo allora concepire il cervello come l’organo fisico che permette la comunicazione del pensiero con il nostro corpo. Se un cervello è danneggiato, la coscienza non potrà comunicare al corpo fisico alcune cose, e questa potrebbe essere la semplice spiegazione di cosa significhi handicap cerebrale. Inevitabile l’analogia con qualsiasi mezzo di comunicazione inventato dall’uomo (poniamo un telefono): se l’apparecchio è danneggiato, la comunicazione risulterà alterata, e l’entità di questa alterazione sarà direttamente proporzionale al danno dell’apparecchio. Se l’apparecchio potesse essere riparato, la comunicazione potrebbe avvenire senza intoppi; così come, se un cervello potesse essere curato, l’handicap non sussisterebbe.

Il fatto che, come è stato più volte accertato e sperimentato, alcune sostanze chimiche possano avere determinati influssi sullo stato d’animo di una persona (gli psicofarmaci ad esempio), non dimostra che sia la chimica ad originare i pensieri. Se, come abbiamo ipotizzato, fosse il pensiero a comunicare al cervello e non viceversa, questa comunicazione dovrà per forza avvenire grazie ad un sistema di comunicazione, che potremmo definire un codice, un linguaggio che renda possibile l’interazione della psiche sul corpo. Trattandosi, nel nostro caso, di un linguaggio chimico, è naturale che, le sostanze che servono a garantire questa comunicazione (es., gli ormoni), produrranno determinati effetti e non altri. Di conseguenza, se queste sostanze verranno immesse nell’organismo da cause esterne (es., i medicamenti), è chiaro che il corpo reagirà come se quegli stimoli fossero stati dettati dalla psiche.

Oggi si crede che gli ormoni determinino alterazioni emotive (es. negli adolescenti, nelle donne incinte, in menopausa, ecc.). Ancora una volta, ci si potrebbe chiedere se la cognizione non andrebbe ribaltata: se non fossero, al contrario, le alterazioni emotive a scatenare la produzione di certi ormoni…

Un’altra questione molto importante correlata al nostro discorso, è quella della coscienza unica e delle coscienze individuali. Diverse correnti filosofiche e mistiche, nella storia hanno sostenuto che esista un’unica coscienza universale e che l’individualizzazione di questa coscienza potrebbe non essere altro che una sorta di “illusione” da noi percepita. Inutile dire che la scienza attuale, la quale, come detto, si basa sulla convinzione che la coscienza sia un prodotto cerebrale, non contempla questa ipotesi; esclusi forse i fisici quantistici, le cui conclusioni sembrano oggi avvicinarsi molto alla dottrina delle antiche scuole misteriche.

Se è il pensiero ad agire sull’encefalo e non il contrario, questo “pensiero” potrebbe non essere qualcosa che ha origine dall’individuo, bensì qualcosa di esistente indipendentemente da esso.

Oserei dire che la teoria di una coscienza unica risulta anche armonizzarsi molto meglio con la scoperta scientifica che la materia di base dell’universo è unica, e che i diversi corpi altro non sono che diversi assembramenti di particelle assolutamente identiche fra di loro (riecco la fisica quantistica).

Se, di fatto, esistesse un’unica coscienza, e questa dovesse individualizzarsi e frammentarsi nei diversi esseri, potremmo ben paragonare la sua frammentazione all’evoluzione dei fringuelli di Darwin. Darwin, osservò che i fringuelli che popolano le diverse isole delle Galapagos, si sono differenziati nel tempo, ognuno per adattarsi all’ambiente della propria isola; formando così specie diverse. Allo stesso modo dovrebbe fare una coscienza universale per frammentarsi ed individualizzarsi: adattarsi in tutto e per tutto all’ambiente (individuo) che dovrà ospitarla.

La teoria della coscienza unica, può anche essere spiegata con l’analogia della corrente elettrica: da una centrale elettrica, la corrente si propaga attraverso gli edifici di un centro abitato. Arrivando nei singoli edifici, la corrente si manifesterà in modo diverso a seconda degli apparecchi che andrà ad alimentare. Così, la coscienza unica, propagandosi nei singoli individui, si strutturerebbe e manifesterebbe in modo diverso e adatto ai mezzi e la natura dell’individuo che andrebbe ad “occupare”.

Questo potrebbe valere non soltanto per quelli che la scienza considera “esseri viventi”. La coscienza potrebbe penetrare anche la cosiddetta sostanza inorganica, semplicemente a livelli ed in modalità differenti. Il “modo” di penetrare la materia da parte della coscienza potrebbe essere determinato, appunto, dal tipo di organo o struttura preposta alla sua “accoglienza” (come, nel caso degli animali, il cervello). Le piante, tanto per fare un esempio, non possiedono un cervello ma è dimostrato che abbiano un certo grado di “vissuto psichico”. Questo a riprova del fatto che il sentimento e il pensiero possano esistere indipendentemente dall’organo cerebrale.

Ora: se la natura dei pensieri e dei sentimenti viene determinata dalla struttura individuale in cui la coscienza universale viene incanalata, ci si potrebbe chiedere se questa coscienza universale abbia dei pensieri e dei sentimenti propri. Ancora una volta, credo che l’esempio della corrente elettrica possa prestarsi al caso nostro: l’elettricità che, indifferenziata, scorre nei fili ad alta tensione, è un’energia in grado di compiere un lavoro. Ma per trasformare questa potenzialità in un lavoro in atto, questa corrente dovrà andare ad alimentare un apparecchio specifico.

Allo stesso modo, forse, la coscienza universale andrebbe intesa come un’energia indifferenziata che contenga la potenzialità di ogni pensiero ed ogni sentimento, senza essere alcun pensiero o sentimento in atto se non quando la coscienza incontra un individuo che sia in grado di compiere questa trasformazione.

Il cerchio nel cerchio

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La proiezione della nostra vita attraverso uno schermo sarebbe la perfetta riproduzione di un’infinità di cerchi concentrici, ognuno dei quali è simbolicamente parte di un solo ed unico punto. Le stesse esperienze, sono una serie di prove concentriche ripetute decine e decine di volte. L’idea di aver compreso il senso di ciò che avviene, spesso viene smentito dal ripetersi delle stesse dinamiche, come se queste fossero proprio li a testare la nostra condotta di vita. Impariamo ad amare, a soffrire, a giocare, a perdonare e infine ad accettare ogni manifestazione di questo grande gioco. Difficilmente riusciamo a mantenere lo sguardo del bimbo che vive in noi, la meraviglia gratuita che si prova a guardare la vita con occhi puri e innocenti, a fidarsi di ognuno incroci la nostra giornata, senza calcoli e aspettative di nessun genere. Sarebbe come giocare senza regole, consapevoli che ciò che può far male è solo una nostra proiezione, una scheggia che penetra la nostra anima solo se noi ci identifichiamo con uno schema mentale di dolore e frustrazione. Quando non c’è nulla da giudicare, quando si è felici di essere ed esistere semplicemente perché si sente di essere parte di qualcosa di molto più grande, allora ogni compito, ogni obiettivo perde significato e sostanza. Nell’apparente abbandono della lotta, si conquista il centro di un cerchio sempre più unificato con il solo battito universale.

Come un sasso lanciato nell’acqua genera cerchi concentrici che si espandono, così la nostra vita si apre alle esperienze e si espande fino al punto in cui in noi accade qualcosa di inaspettato. La vera nascita dell’essere che vive in noi, la nascita dell’essenza che anima il nostro corpo inverte la rotta e inizia il percorso contrario per cercare di ritornare al punto che genera il flusso infinito di onde. Il cammino è controcorrente perché in noi esistono dei blocchi difficili da aggirare e superare, ostacoli creati ad arte da noi stessi per comodità e per paura. A volte questi ostacoli si nutrono di forze esterne a noi, che non fanno altro che amplificare la loro forza. A volte basta semplicemente rendersi conto che tutto è illusorio, che non siamo tutto questo, non abbiamo bisogno di capire e risolvere, a volte serve solo sapere che dentro di noi c’è sempre la vera saggezza che conduce all’unità, che in noi c’è il seme di Cristo che attende di crescere e dare i suoi frutti. A volte è solo necessario osservare con un bel sorriso stampato sulle labbra…

Fonte: http://freenfo.blogspot.com/2010/09/il-cerchio-nel-cerchio.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Freenfo+%28Freenfo%29

Consapevolezza (Parte 2)



Identità

Mi sembra, quindi, evidente come la consapevolezza non sia un punto fermo, un obbiettivo, una meta, bensì un viaggio ininterrotto verso se stessi. Ma chi siamo davvero? Ecco, la nostra vera identità non è l'insieme degli atti compiuti nel passato, ovvero i condizionamenti subiti, ecc. Qualunque identità è solo un'interfaccia tra ciò che siamo realmente – qual'é il fine della meditazione se non realizzare la propria vera natura? – e un'interminabile serie di apparenze.

Dicevo prima, la consapevolezza è una freccia a due punte. Da una parte ci aiuta nell'efficienza, cioè nella vita pratica, dall'altra e in maniera molto sottile ci sospinge verso noi stessi. Non serve liberarsi dalle identità, sarebbe solo un gioco interminabile. Le identità sono fittizie e cadranno da sole allorquando riusciremo ad avvicinarci anche alla nostra interiorità e quindi a tendere verso la completezza. Quel riflusso di sogno che straripando distorce perfino le constatazioni più semplici svanirà gradualmente.

La consapevolezza non è un dato di fatto, ma un processo e per giunta discontinuo. Non esiste un punto d'arrivo, ma solo il fluire, non esiste la corsa, ma semplicemente il correre, e non c'è nemmeno la meditazione, ma solo il meditare. Il segreto? Qui e ora passato, presente e futuro si dispiegano all'unisono. Qui e ora finanche la coscienza perde le sue caratteristiche più abituali e diventa simile ad un flusso di energia.

Felicità

Compiuta consapevolezza è già, di per sé, piena felicità. Anzi, l'unico modo per essere prevalentemente e spontaneamente gioiosi è adoperarsi consapevolmente ...

Mi chiedo, se nel vasto mondo di cui abbiamo oramai, seppur in modo alquanto indiretto, ampie e puntuali conoscenze, come nel proprio minuscolo cantuccio esistenziale, c'è così tanta sofferenza, perché adoperarsi per divenirne consapevoli? Non sarebbe meglio ricercar prontamente e con maggior dedizione, una qualche forma di oculata felicità?

Il problema è che se cerchi la felicità, o meglio la gioia, essa ti sfugge perché l'atto stesso di ricercarla ti decentra da te stesso spostandoti all'esterno verso il piacere effimero e contingente che inebria, ma è temporaneo, transuente.

Consapevolezza di te stesso, si, delle tue azioni, di ciò che sei e non sei, di quanto hai realizzato o desideri ottenere. Gioco, un gioco che rilassa, non t'impegna per vincere, ma partecipare e ti dona un'energia che scaturisce dalla tua interiorità più profonda. Dapprima ne intravedi pallidi bagliori, poi la percepisci a tratti ed infine la vivi come se tu stesso fossi quella gioia. Ed è questo l'ultimo ostacolo. Quando ci sei tu non c'è la gioia, quando c'è la gioia tu, cioè il tuo ego, non ci sei.

Gioia è iniziare a condividere. Aiutare gli altri senza attendersi alcunché in cambio. Gioia è pregare o meditare per ringraziare. E se non v'è apparentemente nulla per cui ringraziare allora gioia è anche il solo respirare. ....

Moralità

Consapevolezza è agire di conseguenza. Altrimenti sarebbe solo come se fossimo belli, ma parecchio bisunti, si svegli, ma oltremodo ubriachi ...

Chi è davvero consapevole non può arrecar volutamente danno. Se lo fa, oppure ha bisogno di regole, significa che è addormentato. Il vero distinguo, la vera bussola morale dei cosiddetti valori spirituali dovrebbe essere la consapevolezza.

Se sono consapevole non faccio guerre e se qualcuno minaccia davvero la collettività in cui vivo allora non ci penso su due volte e reagisco senza teorizzare o giustificarmi di nulla. Se adduco eccessive ragioni sto solo subdolando un misfatto.

Se sono consapevole riconosco la menzogna di primo acchito, anche se proclamata da qualche pulpito.

Se sono consapevole non riesco a rubare, a mentire, ecc., perché in tal caso saprei benissimo che ruberei o mentirei a me stesso.

Tuttavia è difficile, se non impossibile, che le autorità religiose istituzionali dicano espressamente alla gente di svegliarsi, prestare attenzione, sforzarsi di essere consapevoli. Perché se la gente si svegliasse davvero non valuterebbe più solo secondo i propri tornaconti, ma saprebbe che se tu, amico mio carissimo, soffri, allora soffro anch'io; se non hai lavoro, non ce l'ho nemmeno io; se non hai una casa allora anch'io ne sono privo, non v'è nulla che possa ripararmi davvero; se non hai da mangiare sarò sempre interiormente affamato e non ci sarà mai e poi mai nulla che riuscirà a soddisfarmi sul serio.

Allora ricercherò delle regole che riescano a compensare questa terribile carenza. Per supplire alla mia mancanza di compassione. Queste regole le chiamerò strumenti etici, dispositivi morali, i quali serviranno solo a coprire l'immensa e comodissima ipocrisia in cui mi piace vivere.

Non so se mi spiego, consapevolezza! Naturalmente tieni ben presente che la libertà promossa dalla consapevolezza richiede sempre maggior responsabilità.


Epilogo

Chi siamo, consapevolezza senza limiti? Confinati temporaneamente in quest'aggregato impermanente. Oppure il sogno di un dio giocherellone? Ma perché tanti dubbi? La realtà non è sufficiente? La realtà è così spirituale che il mio unico dubbio riguarda la materia, la materia in quanto tale.

Il vascello è pronto. Ci sono persone meravigliose disposte ad ascoltarti. Il biglietto ha un solo prezzo. Osserva, leggi, ma infine segui, soprattutto, la consapevolezza. La medesima che dapprincipio ritenevi esser tua, ma che alla fin fine si rivela come la consapevolezza del cosmo intero ... la consapevolezza è la suprema sorgente.

Fonte: http://www.meditare.it/contents/consapevolezza.htm

Consapevolezza (Parte 1)



Condizionamenti

Se poni domande del tipo – come si fa ad essere consapevoli? – evidentemente è scoccata in te una qualche scintilla, un campanellino, o come minimo un dubbio. Ebbene questo è l'inizio della consapevolezza. Cioè il chiedersi se il percepito corrisponda davvero alla realtà, ovvero se non sussista un qualche tipo di condizionamento che corrode o deforma i nostri giudizi. Ne segue che prima di chiedersi come diventare più consapevoli ci si dovrebbe interrogare se siamo davvero liberi (spiritualmente) o se subiamo passivamente come banali recipienti utili solo a reagire, all'occorrenza, secondo canoni prestabiliti e predefiniti.

Se vuoi cominciare ad essere consapevole dovresti iniziare a dubitare in modo costruttivo su quanto senti, leggi, percepisci, in modo da cercare di discernere il vero dal falso, il giusto dall'ingiusto, il bello dal brutto, il buono dal cattivo, ed andare al di là di questo dualismo. Tuttavia spiegarlo dettagliatamente sarebbe troppo, non si tratta di formule predefinite.


Presenza (di spirito)

Consideriamo gli stati di coscienza. In genere pensiamo subito alla "veglia", al "sogno", e al "sonno profondo" senza sogni. Ma ce n'è un quarto, "Turiya", uno stato al di là del sonno, come del sogno, quanto della veglia ordinaria. Turiya, lo stato di consapevolezza.

Consapevolezza è il quarto stato, totale presenza di spirito, una qualità dell'attenzione tale da comprendere la situazione nei dettagli, secondo i suoi risvolti più intimi, sottili.

La consapevolezza è come una freccia a due punte. Nel momento stesso in cui ci rivolgiamo diligentemente all'esterno, diveniamo coscienti di noi stessi. Viceversa, se osserviamo noi stessi, i nostri pensieri più intimi – secondo un processo di autoconoscenza che indaga le cause e ne rileva, senza congetturare alcunché, gli effetti – diverremo capaci di comprendere meglio il mondo esterno, tutto ciò che a prima vista sembra altro da noi, estrinseco.

Iniziamo dalla circostanza più ovvia, il nostro modo di rapportarci all'ambiente, la cura che gli dedichiamo. Prefiggersi una retta attenzione è sicuramente vitale. Tuttavia non si tratta di un imperativo. Dei brevi periodi di distrazione sono quasi scontati. Le reazioni meccaniche sono sempre in agguato. Ma qualcosa dentro di noi tenta di richiamarci discretamente alla realtà, al presente! Nel momento stesso in cui ci accorgiamo di essere stati distratti abbiamo come un sussulto d'orgoglio che ci riporta rapidamente indietro, verso noi stessi. La nuova qualità dell'attenzione che quindi subentra è più viva: un lieve stato di concentrazione che taluni definiscono "presenza di spirito", la chiave di volta della consapevolezza. Chiaramente, se svolgiamo le nostre mansioni con gioia l'interesse rende tutto più semplice.


Distrazioni

Considera le distrazioni come occasioni per ridiventare più attento. Quando procedi in modo ipnotico o semi-addormentato, lì per lì non te ne rendi conto. Ma se t'avvedi d'esser stato svagato o sventato allora è un buon punto di ripartenza verso la consapevolezza.

Proseguiamo valutando la dimensione interiore. Un semplice spunto. Considera i pensieri come le increspature superficiali di un laghetto causate, ad esempio, dalla caduta di un sasso che provoca delle lievi onde concentriche. Se ti fermi ad osservare la mente-specchio lacustre, ovvero i pensieri-onde, ti accorgerai che il tutto si placherà da sé, senza sforzo, ma solo pazientando appena pochi minuti.

Tale approccio è relativamente utile per poter guardare dentro di sé, più in profondità. Eppure non tutti sopportano questa pur semplice indagine. Talvolta capita di dover affrontare il riemergere di tante situazioni represse nel tempo con il risultato che, invece di calmarsi e veder lenita la propria sofferenza esistenziale ci si ritrova in una situazione di ancor maggiore disagio.

Una via d'uscita consiste nel rendersi conto direttamente del proprio stato naturale, cioè una consapevolezza così immediata, subitanea e puntuale da riuscire a vedere che – è solo un esempio – cielo e terra non sono affatto separati; dentro e fuori di noi esistono già tutte le risorse per attualizzare le nostre potenzialità.

Fonte:Meditare.it

L'ONDA E IL MARE SONO UNO



Il maestro Thich Nhat Hanh ha scirtto:"l'onda conduce l'esistenza di un onda e al tempo stesso anche quella dell'acqua".Lo zen insegna che il nostro se' all'apparenza separato è come la singola onda che si alza e scende nel grande oceano dell'Essere. Al pari di un'onda, noi veniamo sospinti in avanti dalle profondi correnti della vita.Se sperimentiamo solo l'aspetto piu esteriore e superficiale delle cose, ci illudiamo di essere l'onda e veniamo sballottatidalla vita, oppressi dal terrore di andare a sbattere contro la spiaggia rocciosa.Se sperimentiamo la profondità delle cose, ci rendiamo conto di essere l'intero oceano, e qualunque forma di ansia scompare....le onde vanno e vengono, ma l'oceano rimane...

Koan Zen