Il cerchio nel cerchio

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La proiezione della nostra vita attraverso uno schermo sarebbe la perfetta riproduzione di un’infinità di cerchi concentrici, ognuno dei quali è simbolicamente parte di un solo ed unico punto. Le stesse esperienze, sono una serie di prove concentriche ripetute decine e decine di volte. L’idea di aver compreso il senso di ciò che avviene, spesso viene smentito dal ripetersi delle stesse dinamiche, come se queste fossero proprio li a testare la nostra condotta di vita. Impariamo ad amare, a soffrire, a giocare, a perdonare e infine ad accettare ogni manifestazione di questo grande gioco. Difficilmente riusciamo a mantenere lo sguardo del bimbo che vive in noi, la meraviglia gratuita che si prova a guardare la vita con occhi puri e innocenti, a fidarsi di ognuno incroci la nostra giornata, senza calcoli e aspettative di nessun genere. Sarebbe come giocare senza regole, consapevoli che ciò che può far male è solo una nostra proiezione, una scheggia che penetra la nostra anima solo se noi ci identifichiamo con uno schema mentale di dolore e frustrazione. Quando non c’è nulla da giudicare, quando si è felici di essere ed esistere semplicemente perché si sente di essere parte di qualcosa di molto più grande, allora ogni compito, ogni obiettivo perde significato e sostanza. Nell’apparente abbandono della lotta, si conquista il centro di un cerchio sempre più unificato con il solo battito universale.

Come un sasso lanciato nell’acqua genera cerchi concentrici che si espandono, così la nostra vita si apre alle esperienze e si espande fino al punto in cui in noi accade qualcosa di inaspettato. La vera nascita dell’essere che vive in noi, la nascita dell’essenza che anima il nostro corpo inverte la rotta e inizia il percorso contrario per cercare di ritornare al punto che genera il flusso infinito di onde. Il cammino è controcorrente perché in noi esistono dei blocchi difficili da aggirare e superare, ostacoli creati ad arte da noi stessi per comodità e per paura. A volte questi ostacoli si nutrono di forze esterne a noi, che non fanno altro che amplificare la loro forza. A volte basta semplicemente rendersi conto che tutto è illusorio, che non siamo tutto questo, non abbiamo bisogno di capire e risolvere, a volte serve solo sapere che dentro di noi c’è sempre la vera saggezza che conduce all’unità, che in noi c’è il seme di Cristo che attende di crescere e dare i suoi frutti. A volte è solo necessario osservare con un bel sorriso stampato sulle labbra…

Fonte: http://freenfo.blogspot.com/2010/09/il-cerchio-nel-cerchio.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Freenfo+%28Freenfo%29

Consapevolezza (Parte 2)



Identità

Mi sembra, quindi, evidente come la consapevolezza non sia un punto fermo, un obbiettivo, una meta, bensì un viaggio ininterrotto verso se stessi. Ma chi siamo davvero? Ecco, la nostra vera identità non è l'insieme degli atti compiuti nel passato, ovvero i condizionamenti subiti, ecc. Qualunque identità è solo un'interfaccia tra ciò che siamo realmente – qual'é il fine della meditazione se non realizzare la propria vera natura? – e un'interminabile serie di apparenze.

Dicevo prima, la consapevolezza è una freccia a due punte. Da una parte ci aiuta nell'efficienza, cioè nella vita pratica, dall'altra e in maniera molto sottile ci sospinge verso noi stessi. Non serve liberarsi dalle identità, sarebbe solo un gioco interminabile. Le identità sono fittizie e cadranno da sole allorquando riusciremo ad avvicinarci anche alla nostra interiorità e quindi a tendere verso la completezza. Quel riflusso di sogno che straripando distorce perfino le constatazioni più semplici svanirà gradualmente.

La consapevolezza non è un dato di fatto, ma un processo e per giunta discontinuo. Non esiste un punto d'arrivo, ma solo il fluire, non esiste la corsa, ma semplicemente il correre, e non c'è nemmeno la meditazione, ma solo il meditare. Il segreto? Qui e ora passato, presente e futuro si dispiegano all'unisono. Qui e ora finanche la coscienza perde le sue caratteristiche più abituali e diventa simile ad un flusso di energia.

Felicità

Compiuta consapevolezza è già, di per sé, piena felicità. Anzi, l'unico modo per essere prevalentemente e spontaneamente gioiosi è adoperarsi consapevolmente ...

Mi chiedo, se nel vasto mondo di cui abbiamo oramai, seppur in modo alquanto indiretto, ampie e puntuali conoscenze, come nel proprio minuscolo cantuccio esistenziale, c'è così tanta sofferenza, perché adoperarsi per divenirne consapevoli? Non sarebbe meglio ricercar prontamente e con maggior dedizione, una qualche forma di oculata felicità?

Il problema è che se cerchi la felicità, o meglio la gioia, essa ti sfugge perché l'atto stesso di ricercarla ti decentra da te stesso spostandoti all'esterno verso il piacere effimero e contingente che inebria, ma è temporaneo, transuente.

Consapevolezza di te stesso, si, delle tue azioni, di ciò che sei e non sei, di quanto hai realizzato o desideri ottenere. Gioco, un gioco che rilassa, non t'impegna per vincere, ma partecipare e ti dona un'energia che scaturisce dalla tua interiorità più profonda. Dapprima ne intravedi pallidi bagliori, poi la percepisci a tratti ed infine la vivi come se tu stesso fossi quella gioia. Ed è questo l'ultimo ostacolo. Quando ci sei tu non c'è la gioia, quando c'è la gioia tu, cioè il tuo ego, non ci sei.

Gioia è iniziare a condividere. Aiutare gli altri senza attendersi alcunché in cambio. Gioia è pregare o meditare per ringraziare. E se non v'è apparentemente nulla per cui ringraziare allora gioia è anche il solo respirare. ....

Moralità

Consapevolezza è agire di conseguenza. Altrimenti sarebbe solo come se fossimo belli, ma parecchio bisunti, si svegli, ma oltremodo ubriachi ...

Chi è davvero consapevole non può arrecar volutamente danno. Se lo fa, oppure ha bisogno di regole, significa che è addormentato. Il vero distinguo, la vera bussola morale dei cosiddetti valori spirituali dovrebbe essere la consapevolezza.

Se sono consapevole non faccio guerre e se qualcuno minaccia davvero la collettività in cui vivo allora non ci penso su due volte e reagisco senza teorizzare o giustificarmi di nulla. Se adduco eccessive ragioni sto solo subdolando un misfatto.

Se sono consapevole riconosco la menzogna di primo acchito, anche se proclamata da qualche pulpito.

Se sono consapevole non riesco a rubare, a mentire, ecc., perché in tal caso saprei benissimo che ruberei o mentirei a me stesso.

Tuttavia è difficile, se non impossibile, che le autorità religiose istituzionali dicano espressamente alla gente di svegliarsi, prestare attenzione, sforzarsi di essere consapevoli. Perché se la gente si svegliasse davvero non valuterebbe più solo secondo i propri tornaconti, ma saprebbe che se tu, amico mio carissimo, soffri, allora soffro anch'io; se non hai lavoro, non ce l'ho nemmeno io; se non hai una casa allora anch'io ne sono privo, non v'è nulla che possa ripararmi davvero; se non hai da mangiare sarò sempre interiormente affamato e non ci sarà mai e poi mai nulla che riuscirà a soddisfarmi sul serio.

Allora ricercherò delle regole che riescano a compensare questa terribile carenza. Per supplire alla mia mancanza di compassione. Queste regole le chiamerò strumenti etici, dispositivi morali, i quali serviranno solo a coprire l'immensa e comodissima ipocrisia in cui mi piace vivere.

Non so se mi spiego, consapevolezza! Naturalmente tieni ben presente che la libertà promossa dalla consapevolezza richiede sempre maggior responsabilità.


Epilogo

Chi siamo, consapevolezza senza limiti? Confinati temporaneamente in quest'aggregato impermanente. Oppure il sogno di un dio giocherellone? Ma perché tanti dubbi? La realtà non è sufficiente? La realtà è così spirituale che il mio unico dubbio riguarda la materia, la materia in quanto tale.

Il vascello è pronto. Ci sono persone meravigliose disposte ad ascoltarti. Il biglietto ha un solo prezzo. Osserva, leggi, ma infine segui, soprattutto, la consapevolezza. La medesima che dapprincipio ritenevi esser tua, ma che alla fin fine si rivela come la consapevolezza del cosmo intero ... la consapevolezza è la suprema sorgente.

Fonte: http://www.meditare.it/contents/consapevolezza.htm

Consapevolezza (Parte 1)



Condizionamenti

Se poni domande del tipo – come si fa ad essere consapevoli? – evidentemente è scoccata in te una qualche scintilla, un campanellino, o come minimo un dubbio. Ebbene questo è l'inizio della consapevolezza. Cioè il chiedersi se il percepito corrisponda davvero alla realtà, ovvero se non sussista un qualche tipo di condizionamento che corrode o deforma i nostri giudizi. Ne segue che prima di chiedersi come diventare più consapevoli ci si dovrebbe interrogare se siamo davvero liberi (spiritualmente) o se subiamo passivamente come banali recipienti utili solo a reagire, all'occorrenza, secondo canoni prestabiliti e predefiniti.

Se vuoi cominciare ad essere consapevole dovresti iniziare a dubitare in modo costruttivo su quanto senti, leggi, percepisci, in modo da cercare di discernere il vero dal falso, il giusto dall'ingiusto, il bello dal brutto, il buono dal cattivo, ed andare al di là di questo dualismo. Tuttavia spiegarlo dettagliatamente sarebbe troppo, non si tratta di formule predefinite.


Presenza (di spirito)

Consideriamo gli stati di coscienza. In genere pensiamo subito alla "veglia", al "sogno", e al "sonno profondo" senza sogni. Ma ce n'è un quarto, "Turiya", uno stato al di là del sonno, come del sogno, quanto della veglia ordinaria. Turiya, lo stato di consapevolezza.

Consapevolezza è il quarto stato, totale presenza di spirito, una qualità dell'attenzione tale da comprendere la situazione nei dettagli, secondo i suoi risvolti più intimi, sottili.

La consapevolezza è come una freccia a due punte. Nel momento stesso in cui ci rivolgiamo diligentemente all'esterno, diveniamo coscienti di noi stessi. Viceversa, se osserviamo noi stessi, i nostri pensieri più intimi – secondo un processo di autoconoscenza che indaga le cause e ne rileva, senza congetturare alcunché, gli effetti – diverremo capaci di comprendere meglio il mondo esterno, tutto ciò che a prima vista sembra altro da noi, estrinseco.

Iniziamo dalla circostanza più ovvia, il nostro modo di rapportarci all'ambiente, la cura che gli dedichiamo. Prefiggersi una retta attenzione è sicuramente vitale. Tuttavia non si tratta di un imperativo. Dei brevi periodi di distrazione sono quasi scontati. Le reazioni meccaniche sono sempre in agguato. Ma qualcosa dentro di noi tenta di richiamarci discretamente alla realtà, al presente! Nel momento stesso in cui ci accorgiamo di essere stati distratti abbiamo come un sussulto d'orgoglio che ci riporta rapidamente indietro, verso noi stessi. La nuova qualità dell'attenzione che quindi subentra è più viva: un lieve stato di concentrazione che taluni definiscono "presenza di spirito", la chiave di volta della consapevolezza. Chiaramente, se svolgiamo le nostre mansioni con gioia l'interesse rende tutto più semplice.


Distrazioni

Considera le distrazioni come occasioni per ridiventare più attento. Quando procedi in modo ipnotico o semi-addormentato, lì per lì non te ne rendi conto. Ma se t'avvedi d'esser stato svagato o sventato allora è un buon punto di ripartenza verso la consapevolezza.

Proseguiamo valutando la dimensione interiore. Un semplice spunto. Considera i pensieri come le increspature superficiali di un laghetto causate, ad esempio, dalla caduta di un sasso che provoca delle lievi onde concentriche. Se ti fermi ad osservare la mente-specchio lacustre, ovvero i pensieri-onde, ti accorgerai che il tutto si placherà da sé, senza sforzo, ma solo pazientando appena pochi minuti.

Tale approccio è relativamente utile per poter guardare dentro di sé, più in profondità. Eppure non tutti sopportano questa pur semplice indagine. Talvolta capita di dover affrontare il riemergere di tante situazioni represse nel tempo con il risultato che, invece di calmarsi e veder lenita la propria sofferenza esistenziale ci si ritrova in una situazione di ancor maggiore disagio.

Una via d'uscita consiste nel rendersi conto direttamente del proprio stato naturale, cioè una consapevolezza così immediata, subitanea e puntuale da riuscire a vedere che – è solo un esempio – cielo e terra non sono affatto separati; dentro e fuori di noi esistono già tutte le risorse per attualizzare le nostre potenzialità.

Fonte:Meditare.it

L'ONDA E IL MARE SONO UNO



Il maestro Thich Nhat Hanh ha scirtto:"l'onda conduce l'esistenza di un onda e al tempo stesso anche quella dell'acqua".Lo zen insegna che il nostro se' all'apparenza separato è come la singola onda che si alza e scende nel grande oceano dell'Essere. Al pari di un'onda, noi veniamo sospinti in avanti dalle profondi correnti della vita.Se sperimentiamo solo l'aspetto piu esteriore e superficiale delle cose, ci illudiamo di essere l'onda e veniamo sballottatidalla vita, oppressi dal terrore di andare a sbattere contro la spiaggia rocciosa.Se sperimentiamo la profondità delle cose, ci rendiamo conto di essere l'intero oceano, e qualunque forma di ansia scompare....le onde vanno e vengono, ma l'oceano rimane...

Koan Zen

La meditazione della rana zen



La rana zen si recò dal suo prezioso e stimato maestro per chiedergli ragguagli sulla sua pratica meditativa.

- Maestro – esordì – ho la sensazione d'attraversare un acquitrino disgustoso e irto di pericoli. Sono aggressiva. Il mio livello di sopportazione è diminuito parecchio. Basta un nonnulla e mi irrito. Sono così confusa che non riesco più a meditare. Che fare?

- Chiariscimi un po' la tua meditazione. - Cos'è che ti ho insegnato, figliola?

- Maestro – replicò prontamente la rana, evidentemente contenta dalla piega presa dall'insolito discorso – la mia meditazione consiste nell'osservare il respiro, l'aria che entra, quella che esce, le pause. Prendo atto di tutto ciò che accade. Osservo, persino, la difficoltà che provo talvolta a respirare, nonché la paura nel sentirmi più libera, centrata e in sintonia con l'universo quando il respiro diventa prima più fluido, poi via via impercettibile. Ci sono momenti in cui la mia osservazione si fa più precisa. Non osservo più le fluttuazioni del respiro, bensì la mente stessa che genera l'impulso a respirare.

- Figliola, cos'è la meditazione?

- La meditazione vera e propria mi accede quando i pensieri si fermano da sé.

- Perché sei così suscettibile? Rispondi subito!

La rana divenne perplessa. Il maestro l'interrogava sulla soluzione ai suoi stessi problemi. Ma non era lui che avrebbe dovuto risponderle? Tuttavia, senza nemmeno rifletterci ...

- Sono troppo presa dai pensieri. Mi affidato troppo alla mente. Persino i miei giochi si sono trasformati in esercizi mentali.

L'ombra di un rude bastone pronto a colpire si stagliò sull'acciottolato sconnesso dello splendido giardino in cui sedevano.

- Che suggerisci? L'incalzò il venerabile.

- Più contemplazione, maestro. Ammirare in silenzio il sole che sorge. Tener conto della natura. ...

- Non basta. Spingiti oltre!

- Ammirare il cosmo, il creato, l'increato. Ciò che c'era e non esiste più. Quello che potrebbe accadere, ma non avverrà mai. Percepire il presente.

- Non basta. Spingiti oltre!

- Contemplare ciò che non ammette replica. Argomentò sorridente la rana.

E piovve.

Fonte:http://www.meditare.it/racconti/la-meditazione-della-rana-zen.htm

L'ANALISI E LA SINTESI di AIVANHOV



"L'analisi è una discesa nella materia mentre la sintesi è un'ascesa verso lo spirito.
Più si sale, più sfuggono i dettagli delle cose, ma in compenso appare l'insieme e si
percepisce una maggior quantità di fatti e di oggetti; più si sale, più si è obbligati a fare la sintesi.
Grazie a tale sintesi si giunge ad un'unità. poichè si scopre in un principio unico il legame che esiste fra ogni cosa, ed è così che si va verso il sapere.
Il sapere consiste nel guardare da un punto più elevato per avere una visione che spazia su tutte le cose: sapere che apporta potenza, salute e gioia.
La potenza, la gioia e la salute si ottengono solo attraverso l'unificazione di tutte le energie, la loro convergenza verso un'unico punto, là dove non esiste più alcuna biforcazione."

Senza dubbio, questo modo di comprendere l'analisi e la sintesi vi sorprenderà,
poichè mai nessuno le ha definite in questi termini. Tuttavia, la definizione è esatta.

L'analisi è una discesa nella materia; per poter analizzare le cose, una volta entrati in possesso delle stesse, le si deve scomporre per consentirne uno studio approfondito.

Ma a poco a poco la separazione degli elementi finisce per causarne la morte. La
morte, d'altronde, altro non è che l'analisi perfetta.

Quanto alla nascita, questa è, invece, una sintesi: gli elementi si raccolgono,
formano un'unità, ed ecco che nasce il bambino! La nascita del bambino è il simbolo della sintesi di tutte le energie e di tutte le particelle della materia..

La sintesi è la vita, l'analisi è la morte

Ecco perchè la tendenza all'analisi, attualmente così diffusa, è pericolosa.

Per dare un esempio, tutti gli specialisti sono degli analisti.

Essi si fermano su un soggetto, su un organo, trascurando tutto il resto, cioè l'insieme dell'essere umano o dell'universo. Essi marciano quindi verso la morte. E' vero che la specializzazione è necessaria; gli specialisti che conoscono bene i particolari sono necessari.

Ma continuando ad analizzare, si finisce per non vedere più l'insieme.

La scienza lavora sempre più nel campo dell'analisi e scopre delle particelle della
materia sempre più minuscole. Essa scompone, sposta, disintegra....

E' in questo modo che vuole conoscere anche l'essere umano: scomponendolo,
facendolo a pezzi. Tale tendenza alla separazione è fortemente affermata,rinforzata e sottolineata dovunque nelle scienze, tanto da portare a cambiamenti anche nella vita morale, spirituale:
ognuno vuole separarsi. isolarsi dagli altri, ed è così che nascono le ostilità, i partiti e le guerre...

Ecco qual'è il risultato dell'analisi.

E se prendiamo in considerazione le nazioni, notiamo che il patriottismo è molto
spesso una manifestazione di questa filosofia dell'isolamento universale.
Tutti propendono verso l'analisi: DIVIDERE, SEPARARE, SPOSTARE, LACERARE.
Perfino nelle famiglie, tutti sono diventati talmente analitici da non sopportare più
nulla, sempre pronti come sono a spaccare il capello in quattro: madre e padre,
genitori e figli....
Non hanno compreso che si deve tendere verso la sintesi, in quanto la sintesi è amore,
comprensione, intesa.

L'amore è una sintesi: quando si ama, si vuole sempre avvicinare, riunire,
raccogliere.

Mediante l'analisi si impara, mediante la sintesi si sente, si vive.

Quando incontrate qualcuno, cominciate subito ad analizzarlo: il suo naso, la sua
bocca, i suoi movimenti...le caratteristiche, i difetti, la professione, quanto
guadagna....

Mentre quando amate, non volete sapere nulla di tutto questo; voi amate la persona
così com'è, sentite tutto il suo essere e vibrate all'unisono con essa; questa è la sintesi.

Se invece in certi momenti vi accade di essere irritato contro di lei, immediatamente subentra l'analisi e la fate a pezzi.

Poi quando l'amate di nuovo, la perdonate perchè ritornate a vederne l'insieme e
dimenticate i dettagli.

La sintesi non si sofferma sulle piccole cose, al contrario dell'analisi che non soltanto vi dà importanza, ma le ingrandisce al punto da bruciare tutta la coperta per uccidere una pulce.

Per un piccolo difetto da nulla si distrugge una persona.
In realtà quella creatura è figlia di Dio, ma ciò non importa, non è quello che in quel momento
si vuol vedere e si nota solo il difetto.

Origine dei pensieri



"Cerca il Sè con la meditazione in questo modo. Segui ogni pensiero sino alla sua origine".

"«Ci si chiede: in chi sorge questo pensiero?». E se la risposta è «Nell'io», ci si libera dal pensiero chiedendosi: «Chi è questo io e qual'è la sua sorgente?»".

"Man mano che i pensieri sorgono dovrebbero essere distrutti immediatamente, nel momento stesso della loro origine, attraverso l'indagine [...]. Finché ci sono nemici all'interno del forte, continueranno a dare battaglia; se sono distrutti mentre si alzano, il forte cadrà nelle nostre mani".

Fonte:oradimeditazione.net

TESTIMONE ASSOLUTO E CONSAPEVOLEZZA INTEGRALE(Parte 3-ultima parte)



Testimoniare il tempo-spazio

Affermare la verità il tempospazio è in me, può sembrare irrazionale. Invece, è irragionevole affermare mi trovo nel tempospazio, perché è un’affermazione basata sull’errata identificazione con il corpo. La logica comune è molto spesso irrazionale, ma sembra razionalità perché esprime credenze comuni assimilate in modo dogmatico, figlie del non aver riflettuto sufficientemente a fondo sulla loro (non) veridicità.

Ognuno testimonia il proprio tempospazio, perché appare sempre in noi stessi, ma percependolo in modo illuminante si può maturare la comprensione che:

- come Assoluto Si è l’Origine del tempospazio.

- siccome il tempo e lo spazio sono percepiti dal nostro campo esperienziale in lui stesso:

• non ci troviamo nel tempospazio, che, invece, è in noi;

• come individui siamo anche il tempo-spazio;

• il tempospazio è individuale, nel senso che ogni individuo ha il proprio tempospazio, che viene a essere con il suo concepimento e scompare definitivamente con la sua morte. Non si viene al mondo, è il mondo a venire a essere con noi nel momento della fecondazione, la quale è un “vero e proprio” Big Bang, l’inizio di un nuovo universo individuale. Maturare la conoscenza riguardo al proprio universo individuale, fa crollare le credenze e i convincimenti basati sulle false convinzioni che l’universo esiste anche senza il “conoscitore” e che tutti percepiscono lo stesso universo. Gli individui producono/percepiscono l’universo in modo molto simile tra loro, perché: il software di elaborazione (percezione) e quasi uguale per tutti e perché le fondamenta dell’universo sono i processi della Coscienza Originale, che è una e ogni individuo è una Sua espressione.

L’attimo del concepimento, che avviene nel tempospazio dei genitori, fa parte dell’avviamento di processi che permettono l’espressione di nuove vibrazioni (di un nuovo individuo) e quindi di un nuovo tempospazio (quello del neoconcepito), come manifestazione dei processi della Coscienza Originale.

Tutte le vibrazioni ed energie dell’individuo, quindi anche tutto il suo tempospazio e i cosiddetti corpi sottili, iniziano a formarsi con il suo concepimento. Ciò che Precede l’individuo, cioè la Reale Identità e la Coscienza Originale, non è vibratorio. È proprio il concepimento a stimolare l’espressione di un’entità vibratoria (individuo) da stati non vibratori (Reale Identità e Coscienza Originale). Va inoltre considerato che, come ogni avvenimento spaziotemporale, anche il concepimento e ciò che lo precede (nel tempospazio dei genitori) è un’espressione dei processi della Coscienza Originale.

La maturazione della testimonianza qualitativa del tempospazio, può essere favorita:

- dalle espressioni: Sono aperto a scoprire il tempospazio in me; Mi apro a consapevolizzare l’Origine del tempospazio e Sussisto Origine del tempospazio.

- dalle domande, poste in modo illuminante: A chi appare il tempo-spazio? Il tempo passa, oppure è fermo e soltanto sembra passare? Dove e a chi avviene? Esiste senza un conoscitore? Esiste uno spazio interiore e uno esteriore, oppure è tutto interno all’esperienza di esserci? Cosa ci fanno il tempo e lo spazio in me? A chi appare il corpo? Chi lo percepisce? Dove appare? Dove appare il mondo? A chi? Chi ne fa esperienza? Cercando risposte veritiere a queste domande, si apre la porta a constatazioni profondamente logiche, per esempio che:

• il corpo e il mondo appaiono in noi, sono nostri modi di percepirci, di fare esperienza di noi stessi;

• non ci può essere alcuna separazione tra il corpo e il mondo, sono ambedue aspetti della percezione (di esserci);

• il corpo non è il vero conoscitore, ma è un aspetto del conoscitore effettivo (conoscenza in essere), espressione del Conoscitore Reale (Testimone Assoluto).

Si tratta di conclusioni profondamente razionali, alle quali si può giungere, anche senza una grande maturità spirituale, con un profondo ragionamento veritiero sulla percezione, per esempio:

- Visto che il mondo che percepisco appare nella percezione, è impossibile che sia esteriore, esterno a me.

- Dato che il corpo appare a me, nella mia percezione, il corpo fa parte di me.

- Siccome sia il corpo sia l’universo che percepisco avvengo nella mia percezione, non ci può essere alcuna separazione tra il corpo e l’universo. Un modo per giungere a questa definizione è cercare in modo illuminante il (presunto) confine tra corpo e mondo “esteriore”, anche trasbordando dal concetto confine al termine nesso.

- Siccome l’universo appare in me, come individuo sono anche l’universo percepito.

- Dato che l’universo percepito è una questione di percezione, non può esistere un universo “esteriore” uguale a quello che percepisco.

- Dato che tutto lo spazio che percepisco è in me: dov’è il fuori, l’esterno?, Cos’è, c’è?

- Poiché tutto il tempo che percepisco è una mia percezione, non può esserci senza di me. Allora, esiste il prima di me? Per chi?

Queste riflessioni possono portare a volgersi talmente verso l’Origine, da far ritrarre completamente il conosciuto nel “conoscitore” e far cessare le percezioni corpo e universo. Così può essere sperimentato integralmente il nucleo del campo esperienziale, che è vibrazionale e contiene il potenziale dell’universo materiale, che si presenta come tale con l’attivazione dei cinque sensi. Questo fa comprendere che la pura esperienza di esserci (stato vibrazionale) è più “reale” della materia, perché ciò che è percepito come materia, alla base è vibrazione. Scomparsa, con l’Estinzione, la pura esperienza di esserci e poi riapparsa, si può comprendere che anche questo stato vibrazionale è irReale e che il Testimone Assoluto è l’unica Realtà.

La mancanza di Presenza integrale, rende la percezione/idea che il tempo scorra dal presente verso il futuro, formando così il passato. Invece, esiste soltanto il presente, che in sostanza è un’espressione delle vibrazioni dell’Attimo presente. Il tempospazio della testimonianza totale è “unidimensionale”, è pura conoscenza in essere, senza “separazione” in “conoscitore” e conosciuto. Meno il tempo è percepito come (se fosse) tripartito in passato, presente e futuro, meno lo spazio è sperimentato come (se fosse) “diviso” in altezza, larghezza e profondità. In sostanza, lo spazio può essere definito come espressione del Tempo, inteso come Attimo presente. Con l’Estinzione cessa la produzione/sperimentazione del tempospazio. Permangono, impercettibili, la Reale Identità, la Coscienza Originale e l’Attimo presente.

Questo processo di consapevolizzazione si può sollecitare anche con il seguente esercizio meditativo per la liberazione dal passato e dal futuro:

1. Dedico questa meditazione all’Attimo presente.

Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso il centro della fronte. Tempo: 1’-2’

2. Chiedo la meditazione massima.

Visualizzazione: testa. Tempo: 2’-3’

3. Chiedo la riprogrammazione del passato.

Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso il centro della fronte. Tempo: minimo 3’

4. Chiedo l’eliminazione della proiezione futuro.

Visualizzazione: il terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso l’esterno. Tempo: minimo 3’

5. Abbandono il passato e il futuro all’Attimo presente.

Senza visualizzare. Tempo: minimo 3’

6. Chi vuole liberarsi dal passato e dal futuro?

Senza visualizzare. Tempo: minimo 3’

La mente si domanda: Chi vuole liberarsi dal passato e dal futuro?, per rendersi Vuota.

Altre espressioni utili:

- Chiedo l’eliminazione delle cause delle percezioni passato e futuro.

- Abbandono alla Reale Identità le percezioni passato e futuro.

- Mi apro a consapevolizzare l’Attimo presente.

- Chi sta consapevolizzando l’Attimo presente, come?

Testimoniare il punto esperienziale primario

La consapevolizzazione del “nesso-confine” tra l’esperienza di esserci e la sua assenza, è uno dei processi fondamentali della maturazione della consapevolezza. Il ricercatore saggio punta direttamente l’attenzione su questo “punto” esperienziale primario (di ciò che lo precede non può essere fatta esperienza). In sostanza, la vera concentrazione meditativa esperienziale è il concentrarsi su questo “punto”, mentre quella non esperienziale e il focalizzarsi sulla (ricerca diretta della) Reale Identità.

Tendendo a consapevolizzare il punto esperienziale primario, ci si concentra sull’essenziale e si stimola la trasformazione qualitativa di altri segmenti dell’esserci. Si rende così il percorso spirituale un tragitto sempre più sostanziale, anche perché questo consente di diminuire il rischio di: a) impaludarsi in zone improprie, che può sembrare di grande importanza esaminare, senza però esserlo, e b) crearsi un itinerario di ricerca zigzagante o peggio ancora circolare, per percorrere il quale si bruciano molte energie e si consuma molto tempo, senza però incenerire gli ostacoli per il divenire veritiero. Tendere direttamente a consapevolizzare il “punto” esperienziale primo e ultimo, è anche la via diretta verso il Discernimento del Reale dall’irReale.

La maturazione della testimonianza indiretta

Nessuno ha mai visto veramente la propria madre, nessuno ha mai abbracciato altri, nessuno ha mai sentito i Beatles, soltanto Bob Marley ha sentito Bob Marley.

Solamente Bob Marley ha potuto percepire direttamente la propria voce (percezione dell’individuo Marley che percepisce la voce di Marley). Gli altri, più precisamente le altre percezioni, hanno sentito la propria elaborazione di alcuni processi stimolati dal cantare di Bob Marley.

I Beatles, invece, non hanno sentito nemmeno loro stessi. Ognuno dei quattro ha udito in sé un’elaborazione di ciò che è definita musica dei Beatles. Ha sentito: direttamente un quarto dei Beatles (la parte della band rappresentata da lui stesso) e indirettamente gli altri tre quarti della band, elaborando nella propria percezione i processi stimolati dai suoi tre compagni.

Abbracciare altri significa prendere tra le braccia segmenti di se stessi. L’abbraccio avviene nella propria percezione. In un abbraccio tra due persone ci sono due abbracci, uno per partecipante. Ognuno fa l’esperienza abbraccio nel proprio mondo, campo esperienziale.

Percepire la propria madre significa elaborare dei processi relativi a lei, non vuole dire sperimentarla direttamente. Nella percezione appare una figura che è definita madre, che è una proiezione del “conoscitore” sullo schermo conosciuto. È un gioco del campo esperienziale con sé in sé.

Chi è attaccato (tra l’altro: Chi è questo chi?) all’idea sbagliata di percepire un mondo veramente esteriore, può reputare negativo il fatto che non si possa veramente abbracciare l’altro o percepire la propria madre. Invece, non si tratta di qualcosa di negativo, ma di un’impossibilità del tutto naturale. Negativo, perché abbagliante, è ritenere che il mondo percepito sia esteriore. Quasi paradossalmente, nonostante non ci sia alcuna separazione, è impossibile fare esperienza di altri.

Può essere veramente difficile far crollare i convincimenti che si basano sull’esistenza di un mondo esteriore, ma l’idealizzazione della vita impossibilita la vita vera. Le certezze basate sull’idea che c’è un mondo esteriore sono false. Come potrebbe essere diversamente, visto che si basano su una percezione non corrispondente all’effettivo stato dei processi?! Le vere certezze sono incrollabili, quelle che possono crollare non sono sicurezze, ma abbagli. La Certezza da maturare è che Dio è l’unica Realtà e Reale Identità. Maturandola, emerge la Sicurezza che qualsiasi cosa accada all’individuo e al mondo in lui, non tange minimamente Quello che si è in Realtà: il Testimone Assoluto.

La conoscenza che il mondo “esteriore” è interiore, fa comprendere, tra l’altro: a) che i conflitti percepiti come esteriori sono invece interni; b) che quelle che si percepivano come lacune altrui sono, in effetti, proiezioni delle proprie (ritenute) mancanze. Chi non sente carenze, non proietta lacune e proprio per questo può constatare l’effettivo stato delle cose, molto sobriamente e senza giudizio.

Immaginare l’esistenza di un mondo esteriore può fare comodo a chi (chi è questo chi?) vuole addossare ad altri le colpe del proprio malessere, ma per maturare il BenEssere dell’Amore è necessario assumersi la responsabilità del proprio mondo, migliorandone la qualità e accettando pienamente l’umanità percepita come propria illusoria proiezione. Immaginare un universo esteriore impedisce la scoperta che la propria sofferenza e felicità sono sostanzialmente mali/beni del prodotto interno, non prodotti importati.

Scoprire che il cosiddetto mondo “esterno” è dentro di noi, fa crollare l’abbaglio di poter incontrare qualcuno. Si può incontrare solo se stessi (l’esperienza di esserci è in perdurante meeting con sé), più precisamente si è sempre soli con se stessi. Essere pienamente consapevoli di questa solitudine significa essere in compagnia di tutti: la piena percezione di essere sempre soli con se stessi fa sperimentare la compagnia di ognuno. Il senso di vuoto, nel senso di perdita, conseguente a un abbandono, alla fine di un rapporto, alla morte di una persona cara…, è causato dalla scomparsa del proprio segmento percettivo rappresentante quella persona. L’unica vera soluzione, per colmare compiutamente il vuoto emotivo lasciato dalla scomparsa di “qualcuno”, è rendere il campo esperienziale vuoto di ogni percezione di separazione, rendendolo integralmente Amore.

Testimoniare emozioni e idee altrui

Durante la testimonianza non totale:

- il “conoscitore” proietta i propri contenuti su ciò che conosce. Dunque, anche su ciò che percepisce come altri individui, immaginando che facciano parte di un mondo esteriore.

- la percezione è in gran parte diversa dalla Pace ed è automaticamente in conflitto anche con gli altri, c’è ostilità tra i suoi segmenti.

- non essendo integralmente Amore, l’esserci prova/produce verso gli altri emozioni diverse dall’Amore, perché costituisce in sé un mondo che non vibra di Amore.

Soltanto la Consapevolezza integrale può avere una visione chiara delle emozioni e dei pensieri altrui. Essendo priva di proiezioni, può essere nitidamente consapevole dei processi altrui. La Consapevolezza integrale è anche un grande aiuto per gli altri, perché i loro processi sono trasformati positivamente dal suo ascolto silente. Più la testimonianza è integrale, meglio testimonia le emozioni e le idee altrui, influendo beneficamente sulla loro trasformazione positiva.

Affrancata da ogni conflitto, compiutamente Amore e pienamente consapevole dell’unità, la Consapevolezza integrale non ha la possibilità di proiettare i propri contenuti su altri. Poiché è anche eguaglianza del “conoscitore” e del conosciuto, non sperimenta la molteplicità (nel senso di percezione di separazione tra i vari elementi percepiti) ed è consapevole che tutto ciò che percepisce sono suoi contenuti. Inoltre, a differenze delle emozioni diverse da Lui, l’Amore non può essere proiettato, perché implica l’assenza di uno schermo (su cui proiettare) diverso dallo spettatore. Quando c’è Amore, il campo esperienziale Lo è integralmente ed è quindi caratterizzato dall’uguaglianza tra soggetto “conoscitore”, atto conoscitivo e oggetto conosciuto.

Testimoniare la Coscienza e il Testimone

Precedenti l’individuo e inspiegabili, la Coscienza Originale e il Testimone Assoluto possono essere consapevolizzati (non sperimentati), anche con l’aiuto delle seguenti:

- affermazioni: Sono Dio, Sussisto Assoluto, In Realtà sono il Testimone

- richieste: Mi apro a consapevolizzare la Coscienza Originale; Mi apro a consapevolizzare la Reale Identità; Chiedo alla Reale Identità di eliminarmi gli ostacoli per l’Estinzione

- domande: Chi sono in Realtà?; Qual è la Reale Identità?; Cos’è la Coscienza Infinita?; Cos’è il Testimone Assoluto?...

Testimoniare la Coscienza Originale significa anche essere consapevoli del suo più che spontaneo esprimersi e del fatto che le idee e le emozioni diverse concretizzano il potenziale espressivo della Coscienza Originale, in forma di avvenimenti spaziotemporali.

Testimoniare il Testimone significa essere pienamente consapevoli che Dio è l’Unica Realtà e la Reale Identità, l’Origine Reale dell’irReale Manifestazione. Vuole cioè dire anche Discernere la Realtà (Testimone) dal suo esprimersi (Coscienza, vibrazioni, energie, materia).

Fonte:http://www.andreapangos.it/advaita_vedanta_testimone_assoluto.html

TESTIMONE ASSOLUTO E CONSAPEVOLEZZA INTEGRALE(Parte 2)



Testimonianza e distacco

La testimonianza qualitativa non significa distacco, anzi dissolve l’abbaglio che ci possa essere distacco, separazione. Consapevolizzandosi, l’esserci si avvicina a percepire in modo da constatare che tutto ciò di cui fa esperienza (spazio, tempo, avvenimenti, “altri”, emozioni, pensieri...) sono sempre sue forme, che non possono in alcun caso essere scisse le une dalle altre. Non si tratta di varie “cose” separate tra loro, ma del campo esperienziale che si percepisce in forme diverse. Il distacco implica invece la fantasia di essere un qualcuno diviso dal resto.

Il distacco spirituale è il Vuoto mentale caratterizzato dalla piena certezza che ogni percezione è irReale. È distacco nel senso che il campo esperienziale rimane Pace, indipendentemente dalle vicissitudini che si svolgono in lui, anche perché sono sempre caratterizzate dall’Amore.

La Coscienza e l’Assoluto testimoniano senza percezione

La percezione riguarda l’individuo, trova fondamento nella sua esperienza di esserci, mentre la Coscienza Originale e la Reale Identità testimoniano senza percezione, senza esperienza di esserci.

Il concetto coscienza che testimonia, spesso utilizzato nella letteratura spirituale, va inteso come segue. Quando la parola coscienza è utilizzata per indicare:

- la consapevolezza di esserci, va compreso come testimoniare totale,

- la Coscienza Divina, va interpretato come testimoniare della Coscienza Originale, che c’è sempre.

Va inoltre considerato che in alcuni testi, il termine coscienza è utilizzato al posto di consapevolezza, causa traduzione erronea.

Il concetto Assoluto che testimonia, andrebbe invece inteso in due modi:

- come Eterna Presenza (dell’)Assoluto, testimoniante in quanto Origine della manifestazione. In questo senso, l’Assoluto può essere considerato come una specie di “prospettiva Suprema”, ma si tratta soltanto di un’idea. L’Assoluto precede ogni prospettiva, non esiste alcuna prospettiva Assoluta o dell’Assoluto.

- come Alternanza tra l’Estinzione e la Consapevolezza integrale, perché quest’ultima ha piena consapevolezza riguardo alla propria Origine (Assoluto).

L’Assoluto non sperimenta né se stesso, né la Coscienza, né gli individui.

La Coscienza non sperimenta né gli individui né l’Assoluto.

L’individuo, più precisamente il suo campo esperienziale, fa esperienza esclusivamente di se stesso. Non può sperimentare né la Coscienza né l’Assoluto, ma può divenire consapevole della loro esistenza.

Come individuo puoi essere più o meno consapevole. Come Assoluto precedi la consapevolezza di esserci, sei pura Consapevolezza senza esperienza.

Maturazione del testimoniare

Il grado di capacità di testimoniare è uno dei maggiori indicatori di maturità spirituale.

L’individuo mediamente consapevole deve sforzarsi molto per testimoniare qualitativamente, riuscendo peraltro a farlo soltanto per periodi molto brevi. Maturando, testimonia invece con sempre maggior qualità e minor sforzo, perché le sue vibrazioni, primariamente quelle di emozioni e pensieri, si coordinano sempre più facilmente con la vibrazione dell’Amore. Maturare la qualità della testimonianza significa maturare la Presenza integrale ora-qua.

La maturazione del testimoniare consiste primariamente nell’aumento:

- della capacità del “conoscitore” di testimoniare;

- della qualità del conosciuto, quando:

1) la qualità delle vibrazioni del “conoscitore” accresce la qualità di quelle del conosciuto[7]; la positività del nostro influsso sugli altri è determinata dalla qualità del nostro vibrare. Più il “conoscitore” è dissimile dalla Pace, più proietta idee ed emozioni e minore è la qualità del mondo da lui proiettato. Consapevolizzandosi, il “conoscitore” si volge sempre più verso l’Origine (Testimone Assoluto) e così ritrae il mondo in sé, sino a divenire pura conoscenza in essere, che può essere definito come Regno dei Cieli.

Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senape, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami.”

Matteo 13,31-32

2) si trasformano le circostanze vitali in sempre più idonee al divenire veritiero. In sostanza, si tratta del “conoscitore” che con accorgimenti “tecnici” (miglioramento dell’alimentazione, eliminazione del superfluo, frequentazioni migliori, nuovo lavoro, rapporti di maggior qualità …), migliora la qualità del mondo che lui stesso proietta. La qualità della vita migliora automaticamente con l’integrarsi dell’esserci, ma alcuni miglioramenti “possono essere anticipati decidendo” di eliminare il nocivo e il superfluo (anche con la richiesta: Chiedo l’eliminazione delle cause del superfluo), per far spazio all’utile per la maturazione.

Questi elementi positivi fanno parte della testimonianza consapevolizzante, che è il modo dell’individuo di agire su se stesso per individualizzarsi meglio.

La testimonianza consapevolizzante:

- neutralizza l’immaginare la separazione da altri, dal mondo e da Dio.

- non porta alla passività, al fatalismo o all’arrendevolezza, ma matura la risolutezza, la visione chiara e fa agire in modo più determinato, incisivo ed efficace, anche perché favorisce la disidentificazione dall’agente immaginario (identità immaginata) e sollecita ad agire in modo sempre più globale.

La maturazione del testimoniare, può essere favorita anche con la richiesta: Chiedo la maturazione della capacità di testimoniare.

Maturazione della testimonianza diretta

Testimoniare il corpo fisico

Testimoniare il corpo fisico significa osservare la percezione definita corpo. Questo testimoniare è:

- ingannevole, quando il corpo è percepito come (se fosse) reale e c’è l’idea che il corpo è il sé reale: io sono (soltanto) il corpo, oppure in realtà, sono il corpo;

- veritiera, quando c’è la consapevolezza che il corpo:

• è un aspetto irReale di se stessi individuo, quindi dell’esprimersi di Se Stessi Assoluto;

• appare in se stessi, nel proprio campo esperienziale;

• non è diviso da ciò che in genere è sperimentato e definito come mondo esterno e altri corpi.

Testimoniare il corpo fisico è spesso definito come osservare se stessi, il che va inteso come: io individuo osservo un aspetto di me, un segmento dell’espressione di Me Reale Identità. Se invece è compreso come: sto osservando me stesso corpo fisico, allora è un ostacolo per la consapevolizzazione, perché potenzia l’abbaglio che il corpo sia il sé reale.

Alcune delle funzioni della testimonianza illuminante del corpo fisico sono:

- eliminare i meccanismi comportamentali nocivi, i modelli di reazione non in funzione del divenire veritiero;

- aiutare la disidentificazione dal corpo fisico, nobilitata dalla comprensione che va utilizzato in funzione del riconoscersi come Amore e del riconoscerSi come Testimone Assoluto;

- consapevolizzare come la percezione corpo fisico appare con l’attività sensoriale e scompare con la sua cessazione;

- maturare la capacità di concentrazione;

- trasformare l’eventuale negazione del corpo fisico (io non sono il corpo fisico, è un peso per me), in accettazione consapevolizzante del corpo (il corpo è un aspetto di me individuo, un segmento dell’espressione di Me Assoluto);

- integrare i processi emotivi e intellettivi con quelli fisici, ciò permette un maggior radicamento (che non è attaccamento) nella materia.

Durante la Consapevolezza integrale, il corpo è sperimentato come sottile forma irReale che appare nel Vuoto mentale.

Per aumentare la qualità del testimoniare il corpo fisico, possono essere utilizzate le seguenti richieste e affermazioni:

- Chiedo l’eliminazione degli ostacoli per testimoniare il corpo fisico.

- Mi apro a consapevolizzare il corpo fisico in me.

- Chiedo la maturazione della capacità di osservare l’esperienza corpo fisico.

- Abbandono l’esperienza corpo fisico alla Reale Identità.

Testimoniare le proprie emozioni e idee

Testimoniando qualitativamente le proprie emozioni e idee, le loro vibrazioni si armonizzano con le vibrazioni dell’Amore. Matura così la Presenza integrale ora-qui che riduce la tendenza a inseguire e subire emozioni e idee.

La massima qualità della testimonianza è il Vuoto mentale nobilitato dal Discernimento del Reale dall’irReale, quando il campo esperienziale è integralmente Amore e (praticamente) non ci sono pensieri. Si tratta dell’Amore che testimonia integralmente se stesso, totalmente indisturbato.

Nel senso ampio del fenomeno, il Vuoto mentale ci può essere anche con pensieri ed emozioni molto fini. In questo caso:

- le emozioni, leggermente diverse dall’Amore, sono testimoniate con qualità. Si osserva quietamente la loro formazione, durata e fine, nonché l’intervallo tra l’emozione appena finita e quella che andrà a manifestarsi;

- le vibrazioni dei pensieri, sono in armonia con la vibrazione Amore e si può osservare, con piena chiarezza, l’intervallo tra i pensieri e come questi si formano, durano e scompaiono, praticamente senza turbare la Pace. Durante l’intermezzo tra la cessazione di un pensiero e la comparsa di un altro, l’esserci produce in tutto sé la pura Conoscenza di esserci esente da pensieri, la è integralmente. Può così maturare la certezza che il suo stato primario non ha pensieri, cioè che per esistere non ha bisogno di pensare.

Questo diminuisce l’attaccamento al pensiero, caratteristico per l’individuo mediamente consapevole, che associa spesso l’esserci alla presenza di pensieri. Penso dunque sono è un’affermazione veritiera, perché senza l’esperienza di esserci non ci possono essere pensieri, ma:

- l’esperienza di esserci c’è anche senza pensieri, esiste a prescindere dall’attività intellettiva;

- l’individuo c’è anche durante il sonno profondo, quando l’esserci è silente, e durante l’Estinzione, quando l’esserci cessa temporaneamente.

- il puro esserci (Amore) implica l’assenza di pensieri.

- come Reale Identità si precede se stessi individuo, quindi ogni esserci.

La testimonianza illuminante delle emozioni e dei pensieri può essere fatta durante:

- la meditazione dinamica, quando si osservano durante le attività quotidiane,

- il sonno consapevole, che può essere stimolato con l’affermazione, da fare prima di addormentarsi: Mi apro a consapevolizzare le emozioni e i pensieri durante il sonno.

- la meditazione appartata, per esempio con i due esercizi che seguono.

Meditazione per consapevolizzare i pensieri

1) Dedico questa meditazione al Vuoto mentale.

Visualizzazione: terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso il centro della fronte. Tempo: 1’-2’

2) Mi apro alla meditazione massima.

Visualizzazione: la testa. Tempo: 2’-3’

3) Mi apro a consapevolizzare i pensieri.

Visualizzazione: terzo occhio, “guardando” dal centro del cervello verso il centro della fronte. Tempo: minimo 10’. Durante la meditazione:

a) indirizzare i pensieri verso il terzo occhio,

b) far scendere i pensieri a cascata verso il centro del petto,

c) poi, testimoniare come i pensieri si creano, durano e scompaiono,

d) a seguire, consapevolizzare l’intervallo tra un pensiero e l’altro,

e) infine, prolungare al massimo gli intervalli, sino allo stato senza pensieri.

TESTIMONE ASSOLUTO E CONSAPEVOLEZZA INTEGRALE(Parte 1)


Testimone Assoluto e testimone relativo

Il Testimone Assoluto è Dio, la Reale Identità. Da Lui traggono espressione i testimoni relativi, gli individui.

Sempre privo di esperienza, il Testimone Assoluto rende possibile ogni percezione. Precede il testimone relativo, non in termini di tempospazio, ma di sua assenza. In quanto Senzatempo, è l’Origine del tempo.

Il testimone relativo è invece temporale, è portatore del proprio tempospazio, che inizia e termina con lui. Il principio universale testimone relativo perdura manifestandosi come ogni individuo, ma in quanto singola espressione permane come una vita soltanto.

Precedendolo, il Testimone Assoluto testimonia il testimone relativo (da ora in avanti semplicemente testimone oppure individuo), che a sua volta Lo testimonia in modo perlomeno triplice:

- come Sua manifestazione è la “prova indiretta” del Suo Sussistere;

- maturando spiritualmente, diviene consapevole di Lui;

- una volta Divenuto del tutto, è per l’umanità la prova lucente dell’Esistenza Assoluta definita Dio.

Testimoniare diretto e indiretto

Il testimoniare diretto

Il testimoniare diretto è l’esperienza che l’esserci ha di sé, integralmente o parzialmente, per esempio delle esperienze di sé definite: corpo fisico, aria, acqua, casa, universo, tempo-spazio, sensazioni, emozioni, pensieri, vibrazioni-energie…

L’esserci è il campo esperienziale dell’individuo, la totalità delle sue esperienze in un dato momento, ma anche nel suo complesso, dal concepimento alla morte. Inizia con la percezione primaria di esserci, senza la quale non ci può essere altra esperienza. Termina, da una parte, con l’esperienza di esserci, dall’altra con l’orizzonte ultimo della percezione.

L’esserci è sempre conscio di sé, testimonia sempre se stesso, anche senza constatare intellettualmente la propria esistenza: nella sua essenza precede il pensiero io sono, io esisto. Essere consci del proprio esserci, in senso più ampio della propria esistenza individuale, è il testimoniare primario, che andrebbe utilizzato anche per consapevolizzare la propria Esistenza Assoluta, la Reale Identità. Alla propria base, l’esserci è sempre Pace-Amore-pura Conoscenza, esente da pensieri. La Conoscenza è la reazione all’Amore, che è la risposta alla Pace della pura percezione di esserci. L’esserci non può sperimentare la totalità dell’individuo, ma soltanto se stesso. Il segmento dell’individuo che avviene nell’ambito dell’Attimo presente non è sperimentabile. Le esperienze iniziano con il presente, conseguente all’Attimo presente.

Il testimoniare diretto è:

- totale, quando l’esserci fa esperienza integrale di sé come Vuoto mentale, Pace. Libero dall’identità immaginata, si conosce da una prospettiva globale caratterizzata dall’Amore. Il testimoniare totale è dell’individuo libero dall’identificazione con l’individualità e con il manifesto. L’esserci privo di stati diversi dall’Amore e di pensieri, sperimenta compiutamente il proprio essere Vuoto colmo di Pace. Si tratta della pura Conoscenza di essere applicata all’intero campo esperienziale. L’esserci realizza questo stato, quando le sue vibrazioni sono pienamente armonizzate con quelle del Vuoto esperienziale su cui si basa, cioè con la vibrazione dell’Amore.

- parziale, quando è consapevole soltanto di parti di se stesso, perché condizionato dall’identità immaginata, a causa della quale invece di una prospettiva conoscitiva globale, c’è un punto di osservazione ristretto (conoscitore limitato relativo al segmento di identità immaginata che sta predominando in quel momento), che può essere consapevole soltanto di alcuni segmenti dell’esserci, immaginandoli separati (percezione frammentata) tra loro e da lui stesso, che immagina di essere il fulcro dell’attività conoscitiva.

Nel testimoniare diretto, la sperimentazione e la conoscenza dell’oggetto coincidono. Il conoscitore percepisce l’oggetto che conosce, perché fa parte della stessa percezione. Percepire il mondo è una definizione approssimativa, basata sull’idea errata che il mondo percepito sia esteriore, mentre è interiore perché appare nella percezione. Non esiste la percezione del mondo, ma una percezione definita mondo. Non esiste la separazione “conoscitore”-conosciuto, sono ambedue aspetti della conoscenza in essere, che è un modo di definire l’esserci. Ognuno fa esperienza del proprio mondo in se stesso.

Il testimoniare indiretto

L’individuo, più precisamente l’esserci, può essere consapevole di altri aspetti della Totalità, ma può sperimentare soltanto parti di sé. Il testimoniare indiretto concerne proprio la sua conoscenza riguardo a elementi che lui non è: altri individui, Coscienza Originale, Reale Identità… Nel testimoniare indiretto, la sperimentazione e la conoscenza dell’oggetto non coincidono. L’individuo non fa esperienza dell’elemento che conosce, ma ha conoscenza riguardo al suo esistere.

Per esempio:

- si può essere consapevoli delle emozioni e idee altrui, non percepirle. La percezione di emozioni e di idee definite come altrui, è la produzione di impressioni che si formano in noi, anche come conseguenza dell’influsso di emozioni e idee prodotte da altri. Si tratta di un modo di percepirsi del nostro campo esperienziale, che elabora se stesso condizionato da specifici processi altrui.

- la percezione “del” corpo fisico altrui non è una sperimentazione dello stesso, ma un’elaborazione che avviene in noi, relativa ai processi corpo fisico altrui. Il corpo altrui non si può toccare, vedere… Come tutte le percezioni, la visione e il tatto sono esperienze interiori, non ci possono essere esperienze esteriori.

Il testimoniare indiretto dei processi altrui è una capacità innata, che va migliorata maturando la capacità di Amare, per conoscere senza proiettare. Quella relativa alla Coscienza e alla Reale Identità, non è invece innata e per maturarla bisogna consapevolizzare Ciò che precede l’individuo, cioè Ciò che si è Precedentemente all’individuo.

Qualità del testimoniare

La qualità del Testimone Assoluto è sempre Assoluta; questo è chiaramente soltanto un concetto riguardo a Ciò che precede ogni definizione.

La qualità del testimoniare dipende, invece, in generale dalla maturità spirituale dell’individuo, mentre nello specifico dalla sua capacità di testimoniare (osservare) particolari processi (circostanze, avvenimenti, emozioni, pensieri…).

Per esempio, qualcuno può testimoniare qualitativamente i processi riguardanti il lavoro, che chiaramente appaiono in lui, mentre non riesce a osservare come dovuto la percezione rapporto con i genitori. Altri possono testimoniare con qualità i processi concernenti il rapporto di coppia, non quelli relativi al rapporto con il fratello.

Di solito, è più facile maturare l’osservazione qualitativa in un campo piuttosto che in un altro. La qualità in un ambito specifico dipende primariamente da quanto sono stati trasformati in Amore, i processi relativi alla sfera in questione: lavoro, famiglia, rapporto di coppia, tempo libero… L’avvicinamento alla massima qualità del testimoniare in ogni aspetto della vita, è un indicatore chiaro che si sta divenendo veramente.

L’ambito più qualitativo di testimonianza è l’Alternanza tra l’Estinzione e la Consapevolezza integrale.

La Consapevolezza integrale è Amare (Vuoto mentale, testimoniare totale) nobilitato dal Discernimento del Reale (Reale Identità) dall’irReale (Manifestazione). La Consapevolezza integrale può essere definita anche testimonianza integrale. Durante l’Estinzione il testimoniare cessa temporaneamente, ma l’Estinzione matura la conoscenza illuminata riguardo al Testimone Assoluto.

Qualità del “conoscitore” e del conosciuto

La qualità della testimonianza può essere definita anche in base alla qualità del “conoscitore”, del conosciuto e del loro rapporto.

La maturazione della capacità di testimoniare porta: 1) a consapevolizzare l’unità del “conoscitore” e del conosciuto, 2) a maturare l’eguaglianza dei due, a far emergere la pura conoscenza di essere, e 3) alla temporanea Estinzione della conoscenza in essere. Questa è anche la mappa essenziale del percorso spirituale. L’aumento della frequenza e della durata di questi tre stati (1. percezione unitaria, 2. eguaglianza e 3. Estinzione) rappresenta la sostanza del progresso spirituale. Ignorare ciò, è uno dei motivi fondamentali per cui molti cercano tanto senza scoprire nulla di veramente essenziale.

Il testimoniare non caratterizzato dalla percezione unitaria, immagina il “conoscitore” separato dall’atto conoscitivo e da ciò che conosce, mentre la percezione unitaria sperimenta, giustamente, la loro unità. Va specificato che conoscere l’unità del campo esperienziale significa sperimentarla, essendola, mentre conoscere l’unità della Totalità significa esserne consapevoli, non sperimentarla.

Quando il “conoscitore” e il conosciuto sono dissimili, il campo esperienziale di cui fanno parte, “si muove e si sussegue nel tempo”, nel senso che è uno svolgersi di avvenimenti che vengono percepiti come se fossero in movimento dal passato verso il futuro.

Quando il “conoscitore” e il conosciuto sono eguali, il testimoniare è “immobile”, non c’è più l’abbaglio che il tempo scorra veramente dal passato verso il futuro, c’è la Presenza integrale ora-qui.

Un altro indicatore della qualità della testimonianza, è il grado di (non) attaccamento a se stessa, specificatamente l’attaccamento al corpo fisico, alle emozioni, ai pensieri, ma anche all’Amore, quale esperienza primaria, quindi illusione.

Fonte:http://www.andreapangos.it/advaita_vedanta_testimone_assoluto.html